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domenica, 11 Gennaio, 2026
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Dottrina Monroe? Trump la rovescia

Non più presidio anti-coloniale ma dominio strategico sull’America Latina: la sicurezza degli Stati Uniti diventa la giustificazione esplicita di una nuova egemonia.

La dottrina Monroe, proclamata nel 1823 dal presidente James Monroe, nasceva in un contesto storico preciso e con una pretesa che non era soltanto strategica, ma anche morale. 

Le Americhe — secondo quella visione — dovevano essere sottratte alle ambizioni coloniali europee per diventare uno spazio autonomo, nel quale le giovani repubbliche potessero consolidare la propria indipendenza. Dietro la formula “America agli americani” vi era l’idea, certo interessata ma non priva di coerenza ideale, di tutelare le spinte anti-colonialiste e di favorire la nascita di un grande spazio di libertà politica.

Era questa pretesa morale — più ancora che la strategia — a fondare la legittimità dell’egemonia americana. Ed è proprio questo elemento che oggi viene meno.

Lo sguardo critico dell’America latina

E tuttavia, fin dall’inizio, quella pretesa morale non è mai stata accettata senza riserve. Una parte rilevante della storiografia e del pensiero politico latino-americano ha guardato alla dottrina Monroe con profondo sospetto, interpretandola già dal 1823 come una forma di imperialismo mascherato. In questa lettura, la dottrina non sostituiva l’ingerenza europea con una reale autonomia continentale, ma con una nuova egemonia, meno visibile e più pervasiva. L’elemento morale appariva dunque ambiguo: più che garantire la libertà dei nuovi Stati, fissava una gerarchia continentale con Washington nel ruolo di arbitro ultimo.

Roosevelt, guerra fredda e sicurezza continentale

Nel corso del Novecento quella dottrina venne progressivamente reinterpretata. Con Theodore Roosevelt e il suo celebre corollario, gli Stati Uniti si attribuirono il diritto di intervenire negli affari interni dei Paesi latino-americani per prevenire instabilità e ingerenze esterne. Durante la guerra fredda, la dottrina Monroe si saldò poi con la dottrina della sicurezza nazionale: l’America latina divenne il fronte avanzato del contenimento del comunismo, spesso al prezzo di gravi compromissioni democratiche. E tuttavia, anche in queste fasi più controverse, l’egemonia americana continuava a rivendicare una giustificazione superiore: ordine, stabilità, libertà contro un’alternativa totalitaria. La maschera morale, pur logora, restava indossata.

La rottura dell’era Trump

È proprio questo elemento che si dissolve nella postura assunta dall’America dell’era Donald Trump. Qui non siamo di fronte a una nuova dottrina, ma a una logica di controllo diretto dell’emisfero occidentale. Non c’è più alcun riferimento alla tutela dei processi politici locali o alla promozione di valori condivisi. L’orizzonte è quello della subordinazione: sicurezza, commercio e scelte interne devono allinearsi agli interessi immediati degli Stati Uniti. In questo senso, parlare di “dottrina Trump” è improprio: non è un’evoluzione della dottrina Monroe, ma il suo annichilimento finale.

La caduta della maschera e la sfida europea

Se per molti osservatori latino-americani quella maschera era sempre stata fragile, oggi essa cade definitivamente. L’egemonia americana non pretende più di apparire tutela o guida: si presenta come dominio esplicito, privo di giustificazione morale. Ed è qui che entra in gioco l’Europa. Per decenni beneficiaria dell’ombrello americano, oggi si trova davanti a un vuoto che non è solo strategico, ma valoriale. Se gli Stati Uniti rinunciano a spiegare il proprio ruolo nel mondo, spetta all’Europa decidere se limitarsi a subire questa trasformazione o se provare a colmarla con una propria visione: fondata sul diritto internazionale, sul multilateralismo e su una leadership che non coincida con la sola imposizione della forza. In caso contrario, il rischio è confermare l’irrilevanza politica di un continente che, proprio mentre perde le sue protezioni storiche, non riesce ancora a pensarsi come soggetto autonomo della storia.