Tra lo stupore di molti
«Passata è la tempesta», si ode far festa dal fronte del No che ha vinto. Era naturale. Ma resta lo stupore di molti — tra cui il sottoscritto — che avevano previsto un’affluenza inferiore al 50 per cento.
Invece la partecipazione è stata buona, anche tra i giovani tra i 18 e i 34 anni, con alcune eccezioni territoriali come Calabria e Sicilia. È giusto riconoscere che la riforma non era banale. E tuttavia, mentre ci si compiace di quel 60 per cento di votanti, si trascura un elemento non secondario: il restante 40 per cento, tutt’altro che irrilevante, è rimasto a casa. E non ce ne interroghiamo abbastanza.
I pessimisti, forse, non avevano fatto i conti con una forte politicizzazione mass-mediatica — tra reti e giornali — e con quella, altrettanto incisiva, sviluppatasi sui social nelle ultime settimane, che ha investito il confronto tra Sì e No.
Un voto politico più che di merito
Il No festeggia. Ma il dato politico va oltre la contingenza.
La presidente del Consiglio resta, con ogni probabilità, preoccupata. Non tanto per l’esito in sé, quanto per i suoi riflessi: sul rapporto con gli alleati, sulle ambiguità europee, e sul percorso del premierato, presentato come asse portante della sua proposta politica.
È evidente che molti elettori hanno votato più “per” o “contro” il governo che sul merito dei quesiti. La consultazione ha finito per assumere un significato politico generale, travalicando il contenuto tecnico delle norme sottoposte a giudizio.
Le faglie dei due schieramenti
Si apre, tuttavia, qualche spiraglio. La mobilitazione di studiosi e politici favorevoli al Sì — provenienti da tradizioni liberali, socialiste e cattolico-democratiche — suggerisce la possibilità di nuove convergenze. Anche i flussi di voto appaiono meno lineari di quanto si racconti: elettori di diversi schieramenti si sono distribuiti su entrambe le opzioni.
Questo rende ancora più evidente una questione irrisolta: ha ancora senso leggere la politica esclusivamente attraverso la contrapposizione tra destra e sinistra? E, soprattutto, tali differenze riguardano i contenuti e i valori, oppure si riducono a linguaggi, posture e leadership?
No alle contrapposizioni radicali
Non sono pochi a ritenere che il tempo presente — e ancor più quello che verrà — non consenta più divisioni radicali nelle risposte alle grandi sfide.
Identitarismi chiusi, sovranismi novecenteschi, recinti fondati su appartenenze etniche o linguistiche appaiono soluzioni fuori dal tempo. Di fronte a trasformazioni profonde — tecnologiche, climatiche, migratorie, geopolitiche — si impone piuttosto la ricerca di soluzioni condivise.
È una lezione che viene anche dalla nostra storia costituzionale: culture politiche diverse, pur in conflitto, seppero collaborare per costruire un impianto comune.
Democrazia e incertezza del futuro
Il fatto che il Sì abbia raccolto consensi anche a sinistra e il No anche a destra può essere letto come un segnale, seppur fragile, di vitalità democratica. Di disponibilità, almeno potenziale, alla collaborazione tra rivali.
In un contesto internazionale segnato da tensioni crescenti, parlare di “post-democrazia” — come fece Colin Crouch all’inizio del secolo — non appare più una provocazione.
E tuttavia, ciò che più inquieta non è solo la qualità della democrazia presente, ma quella che ci attende. Non solo per il ritorno della guerra su scala globale, ma anche per l’impatto di trasformazioni che fino a ieri apparivano impensabili.
Cambiare linguaggio
Di fronte a questo scenario, i valori della collaborazione e della solidarietà — anche tra avversari — non possono restare enunciazioni di principio. Vanno praticati.
Occorre uscire da un linguaggio politico fondato esclusivamente su contrapposizioni: amici e nemici, alleati e oppositori, uguali e diversi. La qualità della democrazia si misura anche dalla capacità di superare queste semplificazioni, per costruire, insieme, risposte all’altezza del tempo.
