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giovedì, 19 Febbraio, 2026
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Ezio Vanoni, economista della coesione nazionale

Nel ricordo pubblicato su il Mulino, il prof. Giovanni Farese rilegge la figura dello statista cattolico che unì rigore scientifico, responsabilità politica e visione europea dello sviluppo, indicando una via ancora attuale.

A settant’anni dalla morte, Ezio Vanoni riemerge come uno dei protagonisti più lungimiranti della ricostruzione repubblicana. Nel ricordo apparso su Il Mulino, Giovanni Farese restituisce la statura di un economista prestato alla vita pubblica, capace di tenere insieme crescita, equità e responsabilità fiscale. La sua opera si colloca nel solco di quella tradizione cattolico-democratica che vede nello sviluppo non un fine in sé, ma uno strumento di promozione civile e coesione sociale.

Nato a Morbegno nel 1903, Vanoni si formò alla scuola pavese di Benvenuto Griziotti e perfezionò gli studi in Germania grazie a una borsa Rockefeller. Docente di Scienza delle finanze, unì l’elaborazione teorica all’impegno civile: contribuì al Codice di Camaldoli e partecipò ai lavori dell’Assemblea Costituente. In lui la competenza tecnica si tradusse in visione politica, orientata alla dignità del lavoro, alla giustizia fiscale e alla responsabilità dello Stato.

L’Italia nella cooperazione economica internazionale

Ministro del Commercio con l’estero, poi delle Finanze e infine del Bilancio nei governi De Gasperi, Vanoni fu tra gli artefici dell’inserimento dell’Italia nei circuiti economici occidentali. Partecipò alla Conferenza di Parigi, operò nell’OECE e rappresentò il Paese nelle istituzioni finanziarie multilaterali. Il suo impegno contribuì alla stabilizzazione monetaria, alla riapertura dei mercati e al consolidamento della credibilità internazionale dell’Italia, condizioni decisive per la ripresa.

Lo sviluppo come responsabilità collettiva

Il nucleo della sua visione risiede nell’idea che efficienza economica e solidarietà sociale non siano alternative. Piena occupazione, riequilibrio territoriale e responsabilità fiscale furono i pilastri della sua azione, culminata nello “Schema di sviluppo” e nella riforma tributaria. La politica economica, nella sua prospettiva, doveva accompagnare la crescita con la riduzione delle disuguaglianze e il rafforzamento della coesione nazionale, ripartendo dallo sviluppo del Mezzogiorno in un contesto di piena unità nazionale.

Una lezione per l’Europa di oggi

Farese sottolinea come Vanoni rappresenti una tradizione riformatrice capace di integrare libertà economica e giustizia sociale. “Vanoni seppe pensare lo sviluppo come responsabilità collettiva orientata anzitutto alla produzione di beni pubblici, non come semplice espansione della ricchezza privata”, osserva lo studioso, indicando nella sua esperienza una bussola ancora utile per affrontare le sfide contemporanee.

In un tempo segnato da transizioni complesse, tensioni sociali e fragilità fiscali, la sua lezione conserva un valore esemplare: lo sviluppo autentico non si misura soltanto nei numeri della crescita, ma nella capacità di costruire fiducia, solidarietà e partecipazione civile.

 

Fonte: Giovanni Farese, Ezio Vanoni (1903-1956), Il Mulino.

Testo originale: https://www.rivistailmulino.it/a/ezio-vanoni-1903-1956