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FIGC, la Juventus aspetta. Il calcio italiano anche

La scelta bianconera di non schierarsi conferma l’incertezza della corsa alla presidenza federale. Le altre Leghe attendono i programmi, mentre resta il dubbio che a decidere siano soprattutto le convenienze delle singole componenti.

Una partita ancora tutta da giocare

Il grande potentato del calcio italiano, la Juventus, si schiera nel non schierarsi. Nella bagarre per la presidenza della FIGC, infatti, la Vecchia Signora sceglie l’attesa: prima ascoltare i candidati, poi valutare i programmi, infine decidere. Una posizione formalmente ineccepibile, ma che sul piano politico racconta quanto sia ancora incerta la partita tra Giovanni Malagò e Adriano Galliani.

Domani, 4 novembre, scadono i termini per presentare le candidature. Si chiude dunque il tempo degli adempimenti e si apre quello della campagna elettorale vera e propria. Il voto è fissato per il 14 dicembre, ma il mancato posizionamento della Juventus suggerisce che la ricerca di una maggioranza sia appena cominciata. E che le prossime settimane possano riservare più di un cambio di direzione.

La crisi che accompagna da anni la Federcalcio e lo sport più amato dagli italiani rischia così di infilarsi nell’ennesimo vicolo cieco. Si avverte il bisogno di una guida, ma si fatica a riconoscere una direzione condivisa. Tutti chiedono un calcio più forte, più moderno e più competitivo. Quando però bisogna scegliere come arrivarci, il quadro si scompone nelle esigenze delle singole componenti.

 

Il peso delle Leghe e il mercato dei consensi

Anche Serie B, Lega Pro e Lega Nazionale Dilettanti si sono messe alla finestra. Insieme rappresentano il 52% del peso elettorale e possono determinare l’esito della sfida. La motivazione dichiarata è quella di attendere i programmi e confrontarsi con i candidati. Sarebbe una buona notizia se questa attesa producesse una discussione pubblica sulle priorità del movimento, sui problemi da affrontare e sugli impegni da assumere.

Il sospetto, però, è che nel frattempo siano già partiti i giochi di riposizionamento. Che la domanda decisiva riguardi soprattutto che cosa ciascuno possa portare a casa e chi sia in grado di garantire l’incasso. Il sostegno elettorale diventerebbe così una moneta da spendere al momento più conveniente, quando il proprio voto può valere di più.

È una lettura severa, ma il sistema potrebbe smentirla con facilità: rendendo esplicite le richieste, confrontando le proposte e spiegando le ragioni delle scelte. Perché rappresentare gli interessi dei professionisti, dei dilettanti, dei calciatori o degli allenatori è legittimo e necessario. Il problema nasce quando quegli interessi diventano recinti dai quali nessuno è disposto a uscire, neppure per costruire qualcosa di utile a tutti.

Le maggioranze fin qui immaginate appaiono dunque friabili. Assurdo se si pensa all’unanimità con cui è stato eletto quest’estate Malagò. Un appoggio alla candidatura non equivale a una garanzia di voto; una convergenza tra vertici non assicura che i delegati seguiranno la stessa strada. Ogni giorno può aggiungere una precisazione, una distanza, una disponibilità accompagnata da condizioni. Una competizione elettorale è anche questo. Ma da un movimento in difficoltà ci si aspetterebbe almeno la chiarezza sugli obiettivi. Invece c’è la chiarezza degli interessi. Quelli dei signori del calcio.

 

Euro 2032, il tempo delle decisioni

Intanto gli Europei del 2032, che l’Italia organizzerà insieme alla Turchia, si avvicinano. Sei anni possono sembrare un orizzonte comodo; lo diventano molto meno quando bisogna intervenire sugli stadi, trovare le risorse, definire le responsabilità e portare a termine i lavori. Il calendario delle opere non aspetta che si esaurisca quello delle trattative federali.

La questione degli impianti mostra quanto serva un governo del calcio capace di dialogare con istituzioni, territori e società, fissando priorità e tempi verificabili. È difficile chiedere fiducia sul futuro se il presente continua a offrire soprattutto attese e incertezze. Ed è difficile parlare di rinnovamento quando il confronto pubblico resta concentrato sugli schieramenti più che sulle decisioni da prendere.

La Juventus aspetta. Le altre Leghe aspettano. I candidati cercano consensi. Nel frattempo, aspetta anche il calcio italiano, con i suoi problemi che non possono essere rinviati a dopo l’ennesima conta.

Neppure un film di Totò riuscirebbe forse a spiegare tutti gli incastri di questo quadro. Il rischio è di assistere a una commedia nella quale tutti conoscono perfettamente la propria parte, ma nessuno sa indicare il finale. E dopo tanti anni di crisi, il pubblico avrebbe diritto almeno a un cambio di copione.