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È l’ora della «rivolta sociale» di Landini

Dalla protesta alla violenza di piazza: una dura critica alla strategia della Cgil e alle ambiguità del campo largo di fronte alle degenerazioni del conflitto sociale.

La rivolta e il blocco del Paese

Il segretario della Cgil, Landini, adesso può dirsi soddisfatto. La «rivolta sociale» che per lungo tempo ha auspicato, desiderato, proclamato, teorizzato e predicato adesso finalmente è decollata.

Certo, possiamo tranquillamente sostenere che questa «rivolta sociale» è per palati particolarmente duri e spietati, per le finalità che sta perseguendo e per come si manifesta e si diffonde nell’intero Paese.

La parola d’ordine, almeno così pare prendendo atto di ciò che sta concretamente capitando, è quella di bloccare tutto. O meglio, di sfasciare tutto. Dipende dall’angolatura con cui si giudica e si analizza questo fenomeno che, secondo i promotori, va sotto il nome di «giustizia sociale».

 

La regia politica della protesta

È di tutta evidenza, ed è inutile stupirsi al riguardo, che tutto ciò che contribuisce a bloccare e a rivoltare il Paese è salutato con gioia e incoraggiamento dai promotori di questa singolare iniziativa. Che possiamo anche definire come iniziativa rivoluzionaria.

Siano essi commentatori e opinionisti della carta stampata, conduttori di talk televisivi, dirigenti politici e sindacalisti, o la galassia dei cosiddetti intellettuali d’area.

È persino inutile ricordare che tutti appartengono, rigorosamente e quasi dogmaticamente, all’area della sinistra radicale, estremista, populista e massimalista. Cioè a chi guida attualmente il cosiddetto «campo largo».

Ora, anche i sassi sanno che si tratta di un’operazione politica orchestrata e pianificata da mesi. Iniziativa che c’entra poco o nulla con la giustizia sociale e che invece riguarda esclusivamente l’esito delle prossime elezioni.

 

Il rischio della violenza giustificata

Ma, al di là di questo fatto, largamente scontato e persino inutile da ricordare, ciò che merita invece di essere approfondito è la simpatica e innaturale sottovalutazione della violenza politica e della violenza di piazza, che vengono tollerate e persino comprese dai teorici della «rivolta sociale».

Ovvero, e purtroppo, stiamo tornando alla stagione, in forma del tutto aggiornata e rivista, dei «compagni che sbagliano» o, peggio ancora, a una situazione dove tutto viene spiegato e giustificato attraverso l’uso di due vocaboli: «disagio sociale».

Perché dietro al «disagio sociale» viene, di fatto, giustificato un po’ di tutto.

Sì, è vero, la violenza viene condannata nei comunicati stampa ufficiali. Appunto, sotto il profilo formale, burocratico e protocollare.

Dopodiché parte l’offensiva precisa e spietata contro chi avrebbe creato questo «disagio sociale» e che, di conseguenza, richiede una reazione che può anche contemplare la violenza e sconfinare in essa.

 

La lezione del passato

Ed è proprio su questo versante che fanno capolino le solite, e storiche, interpretazioni della sinistra estremista, populista e radicale nei confronti degli atteggiamenti più violenti.

E cioè: comprensione delle richieste della piazza, evitare giudizi affrettati, ascolto profondo delle esigenze delle giovani generazioni e, in ultimo, ma non per ordine di importanza, confronto costruttivo con questi mondi.

Insomma, per farla breve, la violenza è solo una banale e semplice variabile indipendente rispetto al fine della lotta dura e senza scrupoli da scagliare contro il nemico politico giurato. Che non solo deve essere sconfitto, ma va annientato e distrutto definitivamente e irreversibilmente.

Ecco perché dobbiamo seriamente chiederci cosa significhi, d’ora in poi, la rivolta sociale nel nostro Paese teorizzata e predicata dal segretario della Cgil Landini e condivisa radicalmente dalla sinistra estremista e massimalista italiana. Cioè dall’attuale direzione politica del «campo largo».

 

No alle degenerazioni del passato

Probabilmente, e senza alcuna polemica politica e ideologica, forse è arrivato anche il momento di dirci che alcune pericolose e nefaste degenerazioni del passato non devono riproporsi secondo modalità pseudomoderne e aggiornate.

E questo perché la violenza, in qualunque modo venga declinata o praticata, sempre violenza è. Anche quando viene contrabbandata, se non addirittura giustificata, con termini e parole che nulla hanno a che vedere, comunque sia, con metodi, prassi, teorie e azioni che sconfinano nel teppismo, nella violenza e nella criminalità.