Tre stagioni al servizio delle istituzioni
È morto a 88 anni Giuseppe D’Angiolino, già presidente dell’ANAS. La sua è stata una carriera segnata da tre vocazioni professionali, accomunate da un unico leitmotiv: la tutela dell’interesse pubblico e la volontà di dimostrare, attraverso l’assunzione di responsabilità, che si può operare con successo e spirito imprenditoriale anche nella conduzione di organismi di proprietà statale.
Tre le realtà nelle quali ha prestato il suo servizio: la Guardia di Finanza, dove è stato alto ufficiale; l’Italstat dell’IRI; l’ANAS, l’ente che storicamente, da quasi cento anni, si occupa delle strade statali.
Nella prima stagione professionale si è occupato con caparbietà e sapienza di alcuni casi molto delicati, segnalandosi per una competenza divenuta indispensabile in un mondo economico ormai abituato a utilizzare strumenti e modalità di grande modernità e ad avvalersi di pratiche internazionali sempre più avanzate.
Dall’Italstat alla guida di Italstrade
Per rimettere definitivamente in ordine le imprese del gruppo Italstat – la costola dell’IRI che raggruppava le aziende operanti nei settori dell’edilizia, delle infrastrutture, dell’ingegneria civile e dell’assetto del territorio – l’amministratore delegato della capogruppo, Ettore Bernabei, ebbe l’idea di chiamare alcuni ufficiali della Guardia di Finanza a svolgere funzioni di controllo e revisione delle aziende partecipate.
Il primo di questi ufficiali fu proprio Giuseppe D’Angiolino.
Per realizzare al meglio la missione affidata, gli uomini chiamati da Bernabei potevano arrivare ai vertici delle maggiori imprese controllate. D’Angiolino divenne così presidente di Italstrade, una delle principali imprese italiane di costruzione di opere pubbliche, un colosso molto attivo anche all’estero.
Qui maturò un’esperienza che si sarebbe rivelata preziosa per il terzo capitolo della sua vita professionale.
La sfida del risanamento dell’ANAS
Con l’esplosione di Tangentopoli, molti enti pubblici vennero travolti dagli scandali. Tra questi anche l’ANAS.
Il governo era incerto sul da farsi. Venne persino prospettata la liquidazione dell’ente. D’Angiolino assunse il ruolo di commissario. Il suo curriculum prevalse anche perché aveva presieduto con successo un’azienda che da quasi novant’anni si occupava di strade.
Nella politica c’era chi avrebbe voluto che il commissariamento portasse a una rapida cancellazione dell’ente, con la ripartizione delle competenze tra le Regioni e altri soggetti, anche ministeriali, ad esempio per quanto riguardava le autostrade.
C’era invece chi auspicava il ritorno in bonis della gloriosa struttura pubblica, magari aggiornandola attraverso scelte precise di modernizzazione e managerialità.
D’Angiolino volle anzitutto conoscere a fondo le condizioni effettive dell’azienda. Alla fine, la sua conclusione fu che il corpo dell’ente e la sua solida tradizione pluridecennale fossero sostanzialmente sani e che le parti compromesse potessero essere risanate.
Liquidare l’ANAS sarebbe stato uno spreco intollerabile.
La fama di incorruttibilità e austerità dei costumi faceva di D’Angiolino una figura autorevole, persino temuta. Si gettò a capofitto nella sfida.
Riuscì nell’impresa del risanamento e del ritorno in bonis. Il governo varò un nuovo consiglio di amministrazione, del quale D’Angiolino divenne presidente.
L’intesa con il ministro Micheli
Molti gli interventi nei quali si distinse per la capacità di imprimere una spinta all’azione amministrativa e migliorare l’efficienza dell’ente. Tra questi, la gestione delle conseguenze della tragedia dell’incendio nel traforo del Monte Bianco e la realizzazione delle opere per il Giubileo del 2000, con il completamento della terza corsia del Grande Raccordo Anulare di Roma.
Il ministro che più sostenne lo stile di guida e la severa linea morale di D’Angiolino fu Enrico Micheli. Dalla profonda intesa tra i due scaturirono risultati di particolare rilievo.
Con le elezioni del 2001 cambiò il governo. Le volontà e gli orientamenti del nuovo ministro non potevano trovare d’accordo il presidente dell’ANAS, che, come avviene in questi casi, rassegnò le dimissioni.
Oggi, a venticinque anni da quel passo indietro, in occasione della sua scomparsa, salutiamo con deferenza un servitore dello Stato intelligente e preparato, ma allo stesso tempo un capace capo d’azienda, dal piglio tutt’altro che burocratico.
Una figura di cui, da troppi anni, sembra essersi perso lo stampo.

