La critica cattolica al liberalismo
È uscito quest’anno American Odyssey, il nuovo libro di Patrick Deneen, filosofo politico cattolico dell’Università di Notre Dame. Ma per noi, alla luce delle edizioni italiane di Perché il liberalismo ha fallito (La Vela) e Cambio di regime. Verso un futuro post-liberale (Giubilei Regnani), vale la pena concentrarsi sul nucleo del suo pensiero.
La critica al liberalismo tocca punti sensibili anche della tradizione cattolico-sociale europea. L’individuo sradicato, la dissoluzione dei corpi intermedi, il mercato senza freni e lo Stato pervasivo: una diagnosi che potrebbe persino richiamare il “nostro” Giuseppe Toniolo.
Ma la somiglianza si ferma alla diagnosi. Toniolo aprì la strada a Murri, Sturzo e De Gasperi, alla linea di un cattolicesimo sociale che avrebbe sposato la modernità, innervando il liberalismo di valori e finalità coerenti con l’idea cristiana di promozione umana.
Due strade davanti alla modernità
Il cattolicesimo popolare e democratico europeo – in dpecie quello italiano – ha cercato una mediazione tra giustizia e libertà, persona e comunità. La rottura rivoluzionaria dell’89, con il suo debito verso l’Illuminismo, non poteva essere cancellata. Occorreva recuperarne le conquiste, correggendone l’individualismo attraverso solidarietà, partecipazione e bene comune.
Deneen sembra invece voler rovesciare l’impianto stesso del liberalismo, senza riconoscerne adeguatamente i valori positivi. Come se soltanto una svolta radicale potesse salvare la società dal suo degrado anarchico. Il postliberalismo diventa così uno slogan: nella sostanza, resta semplicemente antiliberalismo.
Eppure la sfida va raccolta. La duplice egemonia del mercato e dello Stato ha impoverito le comunità, alimentando solitudine, sradicamento e rabbia sociale. Su questo terreno Deneen può essere un interlocutore diretto, ancorché problematico, del cattolicesimo democratico.
Il rischio di una nuova aristocrazia
La distanza emerge soprattutto nella risposta al populismo. Deneen immagina una nuova élite capace di guidare il popolo e ricostruire un ordine morale condiviso.
Ma chi forma questa élite? E soprattutto, chi ne legittima il potere? Non basta sostituire una classe dirigente con un’altra. Occorre anzitutto un pensiero politico capace di formarla, riconoscendo nel popolo non un soggetto da educare “dall’alto”, ma il protagonista della democrazia.
Qui affiora il rischio di un sottile autoritarismo. È il discrimine tra una critica democratica e una critica antidemocratica del liberalismo. Il liberalismo ha forse fallito proprio perché, venuti meno i contrappesi e tradite le premesse, non ha più conosciuto quella correzione strutturale che il pensiero sociale cristiano e il popolarismo democratico avevano saputo proporre (con risultati non banali).
Il vuoto della politica cristiana
Il paradosso è che questa sfida giunge mentre in Italia la politica d’ispirazione cristiana appare sostanzialmente inesistente. Non mancano culture, sensibilità e testimonianze. Manca, a monte, una forza politica capace di interpretarne autonomamente lo spirito e la funzione.
Così, mentre un cattolico americano rimette in discussione (da destra) le fondamenta del liberalismo, gli eredi italiani del popolarismo sembrano aver smarrito persino la capacità di proporne una lettura stringente e impegnativa, soprattutto con l’ambizione di un nuovo coinvolgimento nella battaglia propriamente politica. La questione non è trovare una nuova élite che insegni al popolo cosa pensare; è ritrovare, piuttosto, un pensiero politico capace di formare una classe dirigente e restituire alla democrazia la sua funzione di promozione umana.
Forse è questa la vera sfida che Deneen, a prescindere dall’involucro ideologico della sua ricetts, consegna al cattolicesimo democratico e popolare.

