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giovedì, 19 Febbraio, 2026
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Giustizia e referendum: i cattolici tra Sì e No

In vista della consultazione sulla giustizia, il mondo cattolico italiano si conferma pluralista. Tra libertà di coscienza, indicazioni della CEI e rischi di politicizzazione ecclesiale, emerge la necessità di distinguere fede e appartenenza partitica.

Un pluralismo che non sorprende

Al prossimo referendum sulla giustizia i cattolici voteranno, come ovvio e scontato, Sì e No. Detto così pare un’affermazione persino banale. Eppure così banale non è. Alcuni — anzi molti — organi di informazione hanno pubblicato notizie riguardanti iniziative a favore del No organizzate da prelati o da singole parrocchie.

Ora, ognuno fa ciò che vuole e vota ciò che vuole. Tuttavia, almeno tre riflessioni si impongono.

La prima riguarda il pluralismo politico ed elettorale dei cattolici italiani. Un dato già presente ai tempi della Democrazia Cristiana. L’unità politica dei cattolici non è mai stata un dogma, ma il risultato di specifiche circostanze storiche. Sarebbe paradossale regredire oggi rispetto a quella stagione, soprattutto in un contesto post-ideologico e talvolta persino post-politico, segnato da un populismo aggressivo.

La posizione della CEI: partecipare, non schierarsi

In secondo luogo, parlando del referendum, non si può ignorare la presa di posizione della CEI. Dopo un primo intervento del suo presidente, cardinale Matteo Zuppi, interpretato da molti come un invito a votare No, la Conferenza episcopale ha precisato che la Chiesa non fornisce indicazioni di voto, limitandosi a invitare i cittadini — anche cattolici — a partecipare al voto.

Si tratta di un chiarimento importante, che ribadisce la distinzione tra orientamento morale e scelta politica.

Il rischio di una Chiesa “parte”

Resta tuttavia il dato di cronaca: prelati e parrocchie mobilitati pubblicamente per il No. Ribadito che ciascuno è libero di esprimersi, è altrettanto indubbio che, se dovesse prevalere nella Chiesa — o in suoi settori — un orientamento politico riconducibile a uno schieramento, la Chiesa stessa diverrebbe “parte” nella contesa politica.

Le conseguenze sarebbero immediate nelle comunità ecclesiali. Si finirebbe per avere vescovi, parroci e diocesi percepiti come espressione dei cattolici di sinistra o di destra, con il rischio di incrinare l’unità della Chiesa locale per ragioni esclusivamente politiche.

A oltre trent’anni dalla fine della Democrazia Cristiana, appare chiaro che la Chiesa, a livello nazionale e locale, debba mantenere una forte attenzione alla politica e ai processi democratici, senza però parteggiare apertamente per un partito, uno schieramento o una singola battaglia.

Libertà di coscienza e responsabilità civica

Per queste ragioni, anche in vista del prossimo referendum sulla giustizia — come in qualsiasi altra consultazione politica o amministrativa — è essenziale che la Chiesa non si schieri ufficialmente per una soluzione o per l’altra, ma continui a richiamare i fedeli alla responsabilità personale, alla libertà di coscienza e alla partecipazione democratica.

Solo così il pluralismo dei cattolici potrà restare una ricchezza e non trasformarsi in una frattura.