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venerdì, 23 Gennaio, 2026
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Giustizia, perché questa riforma non serve ai cittadini

Il testo è la rielaborazione del discorso tenuto l’altro ieri, martedì 20 gennaio, dal prof. Giovagnoli a conclusione del convegno dell’Istituto Sturzo su “Una felice invenzione costituzionale: il CSM. Il contributo dei cattolici”.

Vorrei partire da una domanda semplice ma impegnativa: a chi serve davvero questa riforma? Se devo rispondere in modo netto, direi che certamente non serve ai cittadini. Spesso se ne parla come di una questione che riguarda i magistrati, quasi fosse un problema corporativo. In realtà, le questioni oggi in gioco riguardano tutti noi, perché toccano il funzionamento dello Stato di diritto e le garanzie di imparzialità della giustizia.

Non una riforma ordinaria, ma costituzionale

Si sostiene talvolta che questa riforma non incida sulla Costituzione o che non la tocchi in profondità. A me questa affermazione appare sorprendente. La riforma modifica cinque articoli della Costituzione: questo è un dato di fatto. Non si tratta, dunque, di un intervento tecnico perseguibile con leggi ordinarie, ma di una scelta che investe direttamente l’assetto costituzionale. È per questo che il referendum non può essere banalizzato o ridotto a una contrapposizione tra categorie.

Il CSM e il metodo della Costituente

Il Consiglio superiore della magistratura è una delle più significative realizzazioni della Costituente. È il frutto di un accordo alto tra culture politiche diverse: cattolici, socialisti, comunisti e liberaldemocratici. Non fu un compromesso al ribasso, ma una costruzione comune fondata su un metodo che oggi sembra smarrito: il dialogo tra forze diverse per un obiettivo condiviso. Questo è un valore storico, politico e morale.

Separazione e collaborazione dei poteri

Nel CSM convivono due principi essenziali: la separazione dei poteri e la loro collaborazione. L’indipendenza della magistratura non è un’affermazione astratta, ma si concretizza nell’esistenza di un organo autonomo. Allo stesso tempo, la presenza dei membri laici eletti dal Parlamento introduce un elemento di raccordo con la rappresentanza democratica. Questo equilibrio non è contraddittorio: è una garanzia.

Un indebolimento pericoloso

La frammentazione del CSM e l’istituzione di nuovi assetti disciplinari producono un indebolimento dell’autonomia della magistratura. In un contesto internazionale segnato dalla crescente prevalenza del potere esecutivo sugli altri poteri, ciò comporta un rischio evidente. Magistrati più deboli significa giudici meno indipendenti, e giudici meno indipendenti significano minori garanzie per i cittadini.

Una deriva che viene da lontano

Questo conflitto tra politica e magistratura non nasce oggi. Affonda le sue radici negli anni Ottanta, attraversa la stagione di Mani Pulite e segna gli ultimi decenni della Repubblica. È il segno di un progressivo allontanamento dall’idea di una politica che si riconosce nella Costituzione come progetto comune. La riforma attuale è figlia di questa lunga traiettoria.

Una posta che riguarda la democrazia

Indipendenza della magistratura e collaborazione tra i poteri non sono privilegi di parte. Sono garanzie per tutti. Metterle in discussione significa intaccare uno dei patrimoni più preziosi della nostra esperienza costituzionale, costruito non contro qualcuno, ma nell’interesse dell’intera comunità democratica.

Per il video integrale del convegno clicca qui.