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sabato, 21 Febbraio, 2026
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Gli elettori digitali e il referendum sulla giustizia

il voto del 22-23 marzo interroga la qualità del discernimento civico e la capacità dei cittadini di comprendere appieno ciò su cui sono chiamati a decidere

La conoscenza costituzionale che manca

Il Censis e l’Istat ci hanno spesso informati sulla scarsa conoscenza della nostra Costituzione da parte dei cittadini italiani, giovani studenti compresi, insistendo sull’importanza dell’educazione civica. Per le finalità di questo appunto, bisogna allora tener conto che l’Istituto Nazionale di Ricerca Demopolis ha fornito anche una cifra: il 58% degli italiani dichiara di non conoscere bene i principi fondamentali della nostra Costituzione.

Dato da prendere con le pinze, come tutti i numeri che non spiegano, ma da tenere comunque in considerazione.

 

Saggezza stoica e discernimento civile

Tra le virtù che gli studiosi di filosofia collocano nello stoicismo classico c’è anche la saggezza: una dote morale esplorata a fondo dalla teologia cristiana e fondamentale per il discernimento tra bene e male, per rapporti interpersonali, sociali e politici equilibrati e orientati al bene comune, alla pace e alla collaborazione tra popoli e Stati.

Si tratta prima di ogni cosa di un equilibrio interiore, che i praticanti di questo insegnamento suggerivano di alimentare costantemente con la conoscenza e lo studio: essere saggi significava conoscere, e conoscere voleva dire studiare. Nel rispetto di tutti i profili culturali e delle competenze dei cittadini con diritto di voto, ai giorni nostri l’utopia necessaria sarebbe quella di una formazione prepolitica permanente, sia per gli elettori sia per gli eletti. Ma andiamo avanti.

 

Marco Aurelio e l’obbligo di conoscere prima di giudicare

Molti studiosi di storia hanno sostenuto che l’imperatore romano Marco Aurelio fosse un innamorato dello stoicismo e riconoscevano in lui uno dei sovrani più colti della Roma antica. Amava riflettere molto, stimava la Grecia, i suoi filosofi, la sua democrazia, il suo modo di vivere e di camminare stando insieme. Invitava costantemente ad apprendere, per capire bene le cose sin nei loro risvolti più oscuri.

Tra le sue riflessioni, ne emerge una che colpisce per la sua attualità in relazione al referendum sulla giustizia:

“Il parere di diecimila uomini non ha alcun valore, se nessuno di loro sa niente sull’argomento”.

Una riflessione che invita a conoscere prima di giudicare — e prima di votare.

 

Democrazia fragile e post-democrazia digitale

Non vorrei insistere su un fatto ormai diffuso e denunciato, ma la nostra democrazia è entrata in una crisi seria, che qualcuno definisce irreversibile. Sta diventando ogni giorno di più una “post-democrazia”, avendo tra i suoi pilastri proprio l’ignoranza dei problemi che si troverà ad affrontare e contando sulla polemica quotidiana, sulle posture aggressive del leader di turno, sul suo nome e sulla sua faccia.

Una democrazia finta e gassosa che nasconde, sotto le sue strutture partecipative, autocrazie psicotiche e neo-imperiali, con manie di comando accentrate nel capo forte e solitario. Accanto a ciò si afferma una democrazia elitaria, gestita dagli addetti ai lavori, satura di superficialità e veleni digitali e analogici, personalizzata su un nome e su una faccia nervosa e decisa.

Abbiamo davanti anche una democrazia strapiena di dati statistici e sondaggi numerici che sono spesso riduzioni quantofreniche: numeri e percentuali che, come osservava Franco Ferrarotti, servono a nascondere e semplificare fenomeni sociali complessi, illudendo di far capire senza far comprendere la qualità dei valori e dei principi sottesi.

 

Il referendum e lo spirito costituente dimenticato

Arrivo al dunque. Il 22 e 23 marzo andremo a votare sul referendum sulla giustizia. Sulla scheda elettorale troveremo ben sette articoli della nostra Costituzione, voluti e decisi dopo lunghi confronti da maggioranza e opposizione unite, con uno straordinario spirito di collaborazione tra comunisti e democristiani.

Non deve scandalizzare se oggi stimati costituzionalisti e politici di sinistra voteranno Sì a un referendum voluto dalla destra.

Quando fu preparata la Costituzione, la collaborazione tra rivali politici sorprese molti: in Parlamento sedevano un Partito comunista filostalinista e una classe politica con residui fascisti. Provvidenziale fu il ruolo moderatore della Democrazia Cristiana. Su 515 votanti, i favorevoli furono l’88%, i contrari il 12%: una stragrande maggioranza composta proprio dai due antagonisti, DC e PCI.

Questo ricorda quanto sia indispensabile la collaborazione tra opposti quando si tratta di tutelare il bene comune, soprattutto in un mondo globalizzato e attraversato da cambiamenti epocali che dovrebbero trovarci tutti sulla stessa barca.

 

Un voto destinato a politicizzarsi?

Non mi sorprende dunque che su un referendum che tocca sette articoli della Costituzione destra, sinistra e centro non abbiano polarizzato le scelte, mescolando invece i consensi.

Mi auguro tuttavia di sbagliare su due questioni. La prima riguarda la percentuale di votanti — che temo attorno al 40% — e la quota di elettori che conosce davvero i sette articoli coinvolti, i loro commi e le ricadute sull’autonomia della magistratura. Solo tale conoscenza può ribaltare la preoccupazione di Marco Aurelio e dimostrare che il parere di molti ha valore quando nessuno ignora l’argomento.

La seconda questione, strettamente legata alla prima, riguarda il rischio che il referendum diventi non tanto costituzionale quanto politicizzato e personalizzato: un voto pro o contro il governo, pro o contro Meloni, pro o contro la magistratura.

Altro, temo che non interesserà. Tenendo conto che, su questi referendum semplificati e ridotti al pro o contro, ci attende anche il tema del premierato.