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Gli ostacoli alla difesa comune europea

Dall’aggressione russa all’Ucraina alle tensioni con Washington, l’Europa aumenta le spese militari ma resta divisa. Il riarmo tedesco, le difficoltà dell’asse franco-tedesco e la mancanza di una volontà politica comune.

L’aggressione russa all’Ucraina e la nuova e aggressiva postura americana nei confronti dell’Europa, talmente radicale da mettere in discussione persino l’ultradecennale Alleanza Atlantica, hanno posto i Paesi del Vecchio Continente nella necessità di affrontare concretamente – e non solo in accademici e paludati seminari di studio – il tema della difesa comune.

Il progetto incompiuto di De Gasperi

Punto sul quale si erano esercitati già molti anni fa uomini come Alcide De Gasperi, proprio in nome dei valori pacifici e democratici che avevano posto le basi dell’ideale comunitario europeo. Non se ne fece nulla, come noto, e da allora in avanti la questione venne accantonata, posto che la sua soluzione era comunque garantita dallo scudo costituito dall’articolo 5 del Patto Atlantico.

Delegata dunque quest’ultima agli americani e, in un qualche modo, nell’ambito continentale, ai francesi dotati dell’arma nucleare e di una forza militare significativa, l’Europa si concentrò, lodevolmente, sulla questione sociale, costruendo un soddisfacente sistema di welfare trainato dallo sviluppo economico, ambito nel quale primeggiava la Germania (con un buon contributo italiano, occorre dire).

L’asse franco-tedesco e la divisione dei ruoli che ne derivava, inclusa la delega militare agli americani, ci hanno condotti sino al nuovo millennio attraverso successi non trascurabili né sottovalutabili (come la vittoria politica sul comunismo sovietico, emblematizzata dalla caduta del Muro di Berlino).

La guerra in Ucraina e la crisi degli equilibri

Come si sa, però, la Storia non finisce mai e anzi procede imponendo, a volte, scarti improvvisi. Le crisi che si sono accumulate in quest’ultimo quarto di secolo (a partire dall’11 settembre 2001, se vogliamo indicare una data) hanno mutato il quadro generale disegnato nella seconda metà dello scorso.

Quella provocata dalla “operazione militare speciale” di Putin in Ucraina ha determinato – per stare all’oggetto di questo articolo – l’allargamento della NATO a due Paesi (Svezia e Finlandia) che avevano sempre preferito restarne fuori ma anche, paradossalmente, l’indebolimento della medesima organizzazione, sottoposta ai continui strappi operati dall’amministrazione Trump, che obbligano i suoi dirigenti, a cominciare dal segretario generale Mark Rutte, a un estenuante lavorio mediatorio che assorbe tempo ed energie che potrebbero essere meglio impiegati.

Il riarmo tedesco cambia gli equilibri europei

Ma non solo. Il grande cambiamento – che ha destato impressione e, ammettiamolo, pure una qualche preoccupazione indotta dalla memoria storica e che promette di mutare alla radice quel patto non scritto col quale, come dicevamo poc’anzi, alla Francia era delegata la primazia europea in campo militare – è stato provocato dalla decisione tedesca di ingigantire l’entità della posta in bilancio dedicata alla Difesa, ora decisamente superiore a quelle della stessa Francia e anche della Gran Bretagna.

L’equilibrio costruito nei decenni precedenti viene così infranto senza che esso possa precostituire un passo nella direzione di una difesa comune europea. Anzi, confermando e rafforzando quella spinta alla crescita nazionale delle spese militari, imposta dai ricatti americani volti a far aumentare il contributo di ogni singolo Paese membro alle spese NATO e dalla necessità di fronteggiare adeguatamente l’insidiosa e non pienamente decifrabile offensiva russa in atto da tempo con azioni estemporanee sui cieli europei e con una, al contrario, continua e pervasiva “guerra ibrida” sui liquidi territori del web.

Il rischio delle inefficienze di scala

Così, in luogo di una Difesa comune europea (che del resto potrebbe nascere solo dalla volontà politica di costituire finalmente quell’Unione che è nei sogni dei federalisti ma non in quelli dei governi nazionali), avremo la riproposizione su una scala più grande di prima delle inefficienze di scala e delle duplicazioni dei sistemi d’arma già oggi presenti.Le rassicurazioni di Merz e Macron non bastano

È vero che il cancelliere Merz ha assicurato che l’esercito tedesco, prossimo a divenire il più potente in Europa, non agirà mai da solo e sarà sempre raccordato con quelli degli altri Paesi UE. Ed è vero che il presidente Macron ha offerto all’Unione la protezione garantita dal nucleare francese (ma non il suo controllo, che rimane all’Eliseo).

Ma, al di là dei brividi che possono correre lungo la schiena al pensiero di un cambio politico che dovesse portare al governo a Parigi e Berlino le forze della destra estrema ipernazionalista e antieuropeista, appare evidente che queste assicurazioni sono ben lungi dall’essere interpretabili come un’apertura politica a una reale integrazione militare su scala europea.

Senza volontà politica non c’è difesa comune

Una conferma è venuta subito, con la rottura – solo pochi mesi fa – dell’accordo franco-tedesco che avrebbe dovuto condurre alla realizzazione di un aereo da combattimento di nuova generazione.

Ora, la questione è politica. Non è risolvibile solo tecnicamente. La Commissione, è vero, in questi ultimi 18 mesi è riuscita ad avviare un percorso interessante: il Libro Bianco sulla Difesa e il Programma Readiness 2030 hanno avviato una programmazione pluriennale sino a oggi mai neppure ipotizzata; il Programma EDIP per l’industria della Difesa (ma con fondi ancora limitati) e la forza di Capacità di Reazione Rapida (ma dotata di sole 5.000 unità) indicano una direzione e al tempo stesso pongono il tema di fondo, poiché richiedono un impegno economico non banale: la volontà politica, ovvero la determinazione nel procedere verso un’Europa più unita, anche nella Difesa.

È questo il punto. Al momento senza soluzione, né in un senso né nell’altro.