Home GiornaleOtranto, la voce delle martiri dimenticate nel film di Stefania Rocca

Otranto, la voce delle martiri dimenticate nel film di Stefania Rocca

La tragedia di Otranto diventa una riflessione universale sulla guerra, sull’identità e sulla libertà femminile. Il corpo ribelle di Idrusa sfida la violenza, il conformismo e la morte.

Otranto, una città e la sua memoria

La vicenda de L’ora di tutti non è semplicemente una storia ambientata a Otranto, ma è l’essenza stessa di questo lembo di terra salentina, dove la pietra, il mare e la memoria si fondono in un unico racconto, vivo ancora oggi.

I simboli locali, come la Torre del Serpente, avvolti da miti e leggende del posto, all’interno del film assumono la veste universale del dubbio e del lato oscuro dell’essere umano: ombre e fragilità che si insinuano nella mente di ciascun personaggio proprio nel momento in cui «ognuno deve scegliere per sé». Ciascuno si ritrova bloccato all’interno delle mura del castello, prigioniero delle proprie debolezze, ma anche custode di un’identità e di valori profondamente radicati che sente di rappresentare.

Le mura della città diventano quella «casa» che ognuno si sente chiamato a proteggere come può. Il concetto di casa, tuttavia, non viene inteso come semplici mura domestiche, ma come un guscio-fortezza che racchiude un universo di valori e principi da difendere a costo della vita stessa.

 

Idrusa, il desiderio e la ribellione

Il legame profondo tra l’opera e l’identità idruntina si snoda attraverso più elementi indissolubili. Il film non nasce da una sceneggiatura astratta, ma affonda le sue radici nel libro che Maria Corti scrisse nel 1962. La regista Stefania Rocca plasma il racconto in un «non-spazio» e in un «non-tempo», trattando argomenti estremamente attuali e complessi attraverso la dimensione delle suggestioni dei personaggi. Si focalizza sia sui valori di appartenenza e di identità, sia sul corpo delle donne mediante il racconto della ribelle e sensuale Idrusa.

Interpretata dall’elettrizzante Alice Pagani, Idrusa desidera «vivere» e «sentire» intensamente in una comunità nella quale l’appagamento del desiderio sessuale è una prerogativa esclusiva dei maschi, che dispongono dei corpi delle mogli a proprio piacimento.

Un meccanismo che funziona finché ogni piccolo ingranaggio svolge il proprio compito nel posto assegnato, senza avanzare pretese individualistiche.

Per ribellarsi, Idrusa ricorre all’unico spazio che le appartiene: quello della fantasia e di un corpo desiderante, che freme dalla bramosia di sentire e dalla volontà di rompere le regole, per strappare con i denti quel filo rosso che la tiene legata a una realtà piatta e apatica.

La liberazione di Idrusa passa quindi attraverso la ribellione e la liberazione dell’Eros — direbbe Marcuse — in una realtà assediata da un Thanatos distruttivo fatto di alienazione domestica e di guerra.

 

Il nemico senza volto e lo scontro di civiltà

La piccola comunità di semplici pescatori si ritrova improvvisamente assediata dai «nemici».

La scelta di un nemico senza volto e vestito di nero, che incombe come un’ombra portando con sé una fede diversa e l’obbligo di scegliere tra la vita e la morte, ci riporta all’eterna lotta che muove tutti i conflitti del passato e del presente: lo scontro di civiltà descritto da Huntington, oppure il paradigma dell’immunizzazione teorizzato da Roberto Esposito. Secondo quest’ultimo, la guerra o lo scontro tra culture diverse non si ferma finché l’altro non viene addomesticato e reso simile a noi.

L’atto di assimilazione dei nemici invasori viene formulato proprio in virtù della proposta di accettazione della loro fede: «Che differenza fa se Dio si chiama Allah?», chiede il loro portavoce. Questa dinamica universale si ritrova in tutte le culture: il corpo sociale vincente fagocita il corpo estraneo attraverso l’atto dell’assimilazione o della distruzione, rendendolo innocuo e omologandolo a sé.

 

Il realismo magico e l’illusione cinematografica

Grazie a un prisma atemporale, la regista riesce a mettere in scena temi attualissimi legati al conflitto tra i popoli.

Per farlo, sceglie una strada complessa e difficile per il contenuto offerto: quella del realismo magico, con l’abile fotografia di Tramacere – una messa in scena studiata e presente -, con battaglie espresse attraverso la danza e la fusione di corpi quasi irreali riflessi sullo schermo, e infine con la musica di Fresa che completa il racconto.

Lo schermo stesso dichiara la propria natura fittizia fin dall’inizio, nel momento in cui un coltello ne squarcia la superficie rivelando l’illusione del racconto. Un gesto che evoca il tentativo di Lucio Fontana di distruggere la bidimensionalità dell’opera per ricercare l’infinito oltre la tela o che, pensando ad Alberto Burri, rimanda alla drammaticità della materia terrestre e alla metafora dell’opera come corpo ferito.

Stefania Rocca non teme di rompere l’illusione filmica, poiché il patto che offre allo spettatore è proprio quello di un viaggio nell’illusione e nella fantasia. È un percorso fatto di guerra e violenza, privato di ogni realismo bellico, costruito invece sulle intense emozioni che la simbologia del film – fortemente carica di complessi contenuti politici, sociali, antropologici e identitari – offre attraverso il confronto con i propri valori e la capacità di mettersi nei panni del diverso.

Ci viene detto chiaramente che siamo di fronte a un riflesso, e che un riflesso sfuggente e distorto, una proiezione tagliata in due pezzi, è il meglio che possiamo catturare di tutto ciò che ci circonda.

 

Dal teatro al cinema: finzione, doppio e corpo

In questo debutto cinematografico è impossibile non scorgere il background di Stefania Rocca come regista teatrale, ritrovando i medesimi punti cardine in entrambe le sue produzioni.

La dichiarazione esplicita della finzione. Una messa in scena teatrale e irreale, fatta di emozioni che viaggiano sulle percezioni psichiche, fisiche e mentali dei personaggi. Mostrandosi come tali sin dal principio, si attiva un meccanismo in pieno stile brechtiano, traducendosi fin dall’inizio dell’esperienza narrativain un patto chiaro siglato con lo spettatore.

Il valore del doppio e del riflesso. Sia nello straordinario spettacolo teatrale La madre di Eva — da me fortemente amato — sia nel film L’ora di tutti, che più volte mi ha emozionata, emerge l’interesse della regista nell’esplorare il riflesso di sé e il doppio lacaniano presente in ciascuno di noi. Nei personaggi del film, questo sdoppiamento visivo e drammatico si presenta nei momenti cruciali sia come rivale che come persecutore o usurpatore del proprio posto nel mondo.

Lo riviviamo attraverso Idrusa e le sue potenti visioni, ma anche attraverso gli occhi e le esperienze di altri personaggi, come Colangelo.

Il corpo. Se nello spettacolo teatrale il tema del corpo fisico e della carne viene vissuto attraverso l’esplorazione dell’identità, ne L’ora di tutti il corpo della donna diventa il centro di temi complessi e sempre attuali: il desiderio, la libertà di espressione sessuale e la libertà di godere del proprio corpo a piacimento, ribellandosi al controllo di una comunità che vigila, ammonisce, impone e «protegge».

 

Il prisma concettuale di Foucault 

Si tratta di una dinamica analizzata da Foucault e volta alla prevenzione e alla repressione della sessualità, con l’intento di far funzionare l’ingranaggio sociale in modo omologato attraverso il controllo della sessualità. Ma il tema del corpo non si esaurisce qui, perché i temi riguardanti il corpo femminile nel film si espandono come una rete da pesca che cattura lo spettatore.

Ogni nodo portato alla luce ricorda i drammi universali che per secoli le donne hanno subito, senza che vi fosse alcun monumento o teca in ricordo del loro sacrificio. Tranne, forse, il monumento di Zalongo nei pressi di Preveza, realizzato nel 1960 dallo scultore George Zongolopoulos e dedicato alle donne greche che preferirono lanciarsi dal monte e trovare la morte piuttosto che finire in schiavitù degli stessi turchi che avevano razziato anche Otranto nel 1480.

Dunque, il film mette in scena il corpo della donna come territorio di guerra e vittima di stupro, dimostra il prezzo della bellezza se non protetta (anche all’interno di una comunità vigilante) e ricorda il pensiero comune denigratorio verso i sentimenti e l’intelligenza emotiva, espresso con la frase del soldato spagnolo «voi donne non capite», come se la comprensione fosse una questione di sesso.

 

Il filo rosso di Idrusa e le guerre dei padri

Il filo rosso che avvolge Idrusa evoca una favola russa e un’opera simbolica di Aleksandr Rou del 1938, dove la bella Vasilisa viene rapita da Baba Jaga e, come Idrusa, tesse il filo che la tiene prigioniera. Solo pochi anni dopo Aleksandr Rou utilizza la narrazione fiabesca come metafora politica (1945), identificando nel cattivo stregone le orde naziste da sconfiggere.

La guerra che incombe sulle persone semplici e la pressione di un imminente attacco violento vissuta dai pescatori si trasformano in un’esperienza individuale. In questo contesto, l’intenso ruolo del giovane Giovanello Zurlo da un lato ricorda il giovanissimo François di Morti senza tomba di Jean-Paul Sartre e i suoi timori, dall’altro esprime la profonda frustrazione vissuta dai giovani costretti a combattere le guerre dei padri, mentre vorrebbero soltanto vivere per poter comporre una canzone.

È una figura che evoca il disagio dei giovani di oggi di fronte alla prospettiva della guerra, ma ricorda anche Paul Bäumer in Niente di nuovo sul fronte occidentale di Erich Maria Remarque, il quale nel combattimento non riesce a scorgere alcuna poesia.

 

Un invito a guardarsi dentro

L’ora di tutti diventa così un invito a guardarsi dentro senza ipocrisie, riconoscendo come spesso siamo vittime di illusioni e di quei riflessi distorti che ci circondano.

A dare forza a questo messaggio è un film ricco di interpretazioni riuscitissime, tra cui spiccano quelle di Alice Pagani, Alessio Boni, Ignazio Oliva, Giulia Petrungaro, Simone Coppo, Eleonora De Luca e Mario Morroi, insieme a tutto il resto del cast.