Una tregua che non ha mai risolto i nodi
Dunque la guerra fra Stati Uniti e Iran è ripresa. In realtà non si era affatto conclusa, poiché il fragile e contraddittorio accordo siglato un mese fa aveva mostrato sin da subito tutte le sue crepe, a cominciare dalle opposte interpretazioni che ne davano i sottoscrittori, impegnati in un duello propagandistico nel quale eccelleva la Repubblica Islamica mentre le affermazioni ultra-minacciose di Trump apparivano sempre meno credibili a causa la loro abnormità già esibita durante la prima fase del conflitto.
In realtà i 60 giorni di tregua definiti nell’accordo avrebbero dovuto delineare almeno i contorni essenziali e ineludibili delle questioni aperte fra le quali – autogol clamoroso degli USA – era emersa come la principale non più quella relativa al nucleare iraniano quanto quella dello Stretto di Hormuz, collo di bottiglia improvvisamente divenuto un asset strategico dell’Iran: un regalo del quale ora i pasdaran non intendono assolutamente fare a meno. Ed infatti è su quel fronte che si è riacceso lo scontro.
Il Libano, Hezbollah e il confronto tra Trump e Netanyahu
Ma ve ne è un altro, pure esso decisivo. Il Libano e la presenza in esso di Hezbollah. Lo testimonia la determinazione con la quale gli iraniani hanno voluto collegarlo alla effettiva possibilità di un cessate il fuoco e di un possibile, ancorché futuribile, accordo di pace. Divenendo così terreno di scontro, neppure tanto mascherato, fra Trump e Netanyahu.
Quest’ultimo ha sì dovuto subire un paio di sfuriate del tycoon, che aveva un estremo bisogno di chiudere le operazioni militari. Ma ha tenuto duro, diminuendo gli interventi in Libano ma non annullandoli del tutto, lasciando così il tema sul tappeto: convinto che l’Iran senza una soluzione accettabile per Hezbollah (e dunque inaccettabile per Israele) non avrebbe davvero chiuso un accordo vero nei 60 giorni. E questo avrebbe fatto infuriare Trump. Che poi è quanto effettivamente è avvenuto.
L’obiettivo di Tel Aviv, del governo israeliano attualmente in carica, dominato dagli estremisti, con riguardo al Libano è sempre lo stesso: l’eliminazione di ogni potenziale minaccia proveniente da Hezbollah. E nell’accordo firmato col governo di Beirut questo punto è chiaro: non per niente il Partito di Dio non lo riconosce e non lo rispetterà.
I proxy iraniani e la strategia di Israele
Hezbollah rimane – questa la convinzione israeliana – un asset fondamentale della Repubblica Islamica, il cui Asse della Resistenza è stato fortemente indebolito in questi ultimi due anni ma non annientato. Hamas vive una fase di oggettiva difficoltà in una Gaza distrutta e ridotta in condizioni subumane dalla devastazione priva di ogni umana pietà apportatavi dall’IDF israeliana. Gli Houthy yemeniti mantengono un potenziale offensivo importante già dimostrato nello Stretto di Bab el-Mandeb (da cui transita circa il 12% del commercio mondiale) ma rimangono logisticamente un po’ lontani dal cuore dello scontro e dunque non immediatamente letali per il nemico israeliano. Da dove inoltre è ormai da oltre un anno e mezzo scomparso Bashar al-Assad e con lui la fondamentale via siriana di collegamento e di rifornimento che conduceva la cosiddetta “autostrada sciita” sin sulle sponde del Mediterraneo e dunque sino al Libano meridionale di fatto controllato da Hezbollah, giusto al confine con l’odiato stato della Stella di David.
Un disegno al quale Teheran non ha affatto rinunciato, ma solo provvisoriamente accantonato: lo testimonia la volontà con la quale ha tenuto la questione dei proxy esterna ai negoziati con gli USA mediati dal Pakistan.
Per contro, e qui il cerchio si chiude e conduce – come si è visto – alla ripresa della guerra, Israele non ha affatto rinunciato al suo, di disegno: eliminare definitivamente ogni possibile pericolo proveniente da Teheran. Che significa, in sequenza: rendere inoffensivi i proxy, impedire a qualsiasi costo le potenzialità nucleari dell’Iran, abbattere – più prima che poi – il regime dei pasdaran.
