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I dilemmi di un’economia che esclude

Riproponiamo per gentile concessione dell’autore e del direttore dell’Osservatore Romano l’articolo pubblicato - stesso titolo - sul quotidiano vaticano lo scorso 25 settembre. Al centro la figura del grande economista svedese, Gunnar Myrdal.

Nel 1938, nell’America del New Deal di Roosevelt, la Carnegie Foundation incarica un economista svedese, allora quarantenne, di condurre una ricerca sulla discriminazione razziale negli Stati Uniti. Il lavoro dura quattro anni (conosce varie interruzioni) e dà luogo a un volume che ha per titolo An American Dilemma: The Negro Problem and Modern Democracy (1944). Il libro — oltre mille pagine, espressione di un collettivo in cui spiccano l’economista Richard Sterner e la sociologa Arnold Rose — diventa un classico, tanto da essere citato in una nota a pie’ di pagina dalla Corte suprema nella storica sentenza Brown vs. Board of Education (1954), che all’unanimità dichiara incostituzionale la segregazione razziale nelle scuole pubbliche. Ci vorranno altri dieci anni prima di arrivare al Civil Rights Act (1964), che dichiara illegale la discriminazione e la segregazione.

Quell’economista svedese si chiama Karl Gunnar Myrdal. È nato nel 1898 nel villaggio di Skattungbyn, nella Svezia centrale e rurale, primo di quattro figli di un costruttore edile e proprietario terriero, Carl Adolf Pettersson, e di sua moglie Anna Sofia, née Karlsson. Nel 1914, nell’ambito della politica volta a superare l’elevata frequenza dei patronimici (come Pettersson), il padre ha cambiato il cognome dei figli in Myrdal (originariamente Myrdahl), con riferimento alla fattoria dei suoi antenati (alla lettera: myr, palude; dahl, valle). Nel 1919 Gunnar ha conosciuto Alva Reimer, che nel 1923 è diventata sua moglie e da cui ha avuto tre figli: Jan (1927), Sissela (1934), Kaj (1936). Si è laureato in legge all’Università di Stoccolma nel 1924. Si è poi indirizzato agli studi economici e — sotto la guida di Gustav Cassel e l’influenza di Knut Wicksell, i maestri della scuola di Stoccolma — ha completato la sua dissertazione di dottorato sui meccanismi di formazione dei prezzi. Dal 1927 insegna economia politica e dal 1933 tiene la cattedra di economia politica e scienza delle finanze già di Cassel.

Nel 1930 esce il suo primo libro: il titolo, alla lettera, è Scienza e politica nell’economia nazionale, ma è meglio noto (dal titolo della traduzione tedesca, 1932) come L’elemento politico nella formazione della teoria economica. Inizia a ragionare sulla ineliminabile soggettività di ogni ricerca, a partire dalle domande che il ricercatore pone, e sul suo carattere normativo spesso nascosto. Ha visitato per la prima volta gli Stati Uniti con Alva nel 1929-1930. Ha visto gli effetti della Grande crisi del 1929 e negli anni Trenta ha collaborato con il governo socialdemocratico svedese alla costruzione di una politica finanziaria e fiscale coerente con i nuovi obiettivi sociali e di welfare, specialmente nel campo delle politiche abitative, della famiglia e della popolazione. Alla rivoluzione keynesiana — che, nella considerazione del ruolo delle aspettative, gli economisti scandinavi avevano in parte anticipato — e a quella rooseveltiana si affianca, pur nelle differenze teoriche, quella svedese. Segno dei suoi rapporti, nel 1938 Myrdal riceve una laurea honoris causa dall’Università di Harvard, la prima di oltre trenta. È questo, dunque, l’economista che nel 1938 riceve l’incarico dalla Carnegie Foundation (sulla sua vita e le sue idee: cfr. William Barber, Gunnar Myrdal: An Intellectual Biography, New York, 2007 e, più recentemente, Claes Berg, Gunnar Myrdal. A Life of Many Dilemmas, 2025).

An American Dilemma — nella stesura del quale è in contatto con la first lady Eleanor Roosevelt, assai sensibile al tema, e con il suo entourage — non è un libro sulla discriminazione in sé, ma «uno studio sulla società americana dal punto di vista del gruppo più svantaggiato» (sono parole di Myrdal). Questo cambiamento di prospettiva è fondamentale. Non una economia dal lato del potere, ma dal lato degli esclusi. La chiave di volta è nel concetto, da lui via via perfezionato, di “causazione circolare cumulativa”, che mette in discussione l’esistenza di quelle forze che automaticamente e spontaneamente consentirebbero al sistema economico di ritornare in una condizione di equilibrio. Al contrario in un sistema gli effetti si accumulano, si propagano, si rinforzano gli uni con gli altri per retroazione, generando circoli che possono essere virtuosi o viziosi. Il ruolo dello Stato consiste nel contrastare gli squilibri che le forze di mercato, lasciate a se stesse, accrescono e acuiscono.

La disoccupazione, l’emarginazione, la povertà non sono una calamità naturale, né una condanna o un vizio, di cui la politica può disinteressarsi: esse hanno delle cause che possono essere conosciute e contrastate. Il fatto è che dalla povertà educativa, economica e sociale nasce — per effetto della «causazione circolare cumulativa» — ulteriore povertà educativa, economica e sociale. La discriminazione genera povertà e questa a sua volta pregiudizi, che rafforzano la discriminazione.

Il dilemma di cui al titolo consiste nel fatto che alle aspirazioni e alle enunciazioni di eguaglianza e libertà (come nella Dichiarazione di Indipendenza del 1776) corrispondono scarsi risultati pratici che finiscono per minare le basi della democrazia, che non realizza a pieno le sue promesse, e dell’economia, che non realizza il suo potenziale. Le diseguaglianze rallentano la crescita economica a causa di effetti sia reali sia psicologici. L’economia è sempre economia politica.

Non esistono per Myrdal problemi economici: esistono solo problemi, come risultato di un intreccio di fattori culturali, economici, istituzionali, politici, sociali. Pur avendo egli in gioventù partecipato, nell’ambito degli approcci allora dominanti, agli sforzi di matematizzazione dell’economia (inclusa la nascita della Econometric Society), egli perviene — per il contatto con il New Deal di Roosevelt e con la scuola istituzionalista americana, anzitutto John Rogers Commons e la “scuola del Wisconsin”, la cui università aveva visitato nel 1930, ma anche per le vie autonome e originali della scuola svedese — all’idea di una economia istituzionale aperta alle altre scienze: necessaria per discutere e affrontare il problema della distribuzione dei redditi e delle ricchezze e, più in generale, quello delle diseguaglianze, che non può essere affrontato in termini angustamente economici.

La sua economia è meno una scienza formale e più un’arte medico-pratica che considera il contesto e che non offre rimedi precostituiti indipendentemente da esso. Egli ha abbandonato ogni pretesa di obiettività, ma non di serietà: il fatto è che le premesse di valore contano e devono essere esplicitate e discusse, anche criticamente, giacché l’economia è una scienza sociale le cui risposte non sono definitive: «La mia critica all’establishment economico è che, mentre pretende di ragionare in modo esatto, preciso e rigoroso, mostra spesso una noncuranza sistematica nei presupposti e nei concetti, che troppo spesso sono logicamente incoerenti e inadeguati alla realtà» (Gunnar Myrdal, Against the Stream: Critical Essays in Economics, 1972 traduzione italiana Controcorrente, 1975). È stato detto che egli preferiva «essere vagamente nel giusto piuttosto che precisamente nell’errore» (Paul Streeten, The Cheerful Pessimist: Gunnar Myrdal the dissenter (1898-1987), «World Development», March 1998). Il detto, attribuito a Keynes, è del logico inglese Carveth Read.

Dopo American Dilemma, e dopo la fine della guerra, gli si aprono le porte e le vie delle istituzioni, della politica e della scienza ai massimi livelli. È nel Consiglio della Banca centrale di Svezia (1944-1945), membro dell’Accademia Reale delle Scienze (1945), ministro delle Attività produttive e del commercio estero (1945-1947) nel governo Hansson e nella prima parte del primo governo Erlander. Nel 1947 riceve la medaglia Söderstrom dell’Accademia Reale delle Scienze, antesignana del premio Nobel per l’Economia allora non ancora istituito: medaglia attribuita prima di lui a Keynes nel 1939 e dopo di lui — e per suo diretto interessamento — a Piero Sraffa nel 1961.

Nel 1947 è nominato segretario esecutivo della Commissione economica per l’Europa delle Nazioni Unite (Unece), con sede a Ginevra, dove è impegnato negli sforzi per la ricostruzione dell’economia europea tutta e per la ripresa dei rapporti tra l’Est e l’Ovest (cfr. Daniel Stinsky, A Bridge Between East and West? Gunnar Myrdal and the UN Economic Commission for Europe, 1947-1957, in M. Christian, S. Kott, O. Matejka (a cura di), Planning in Cold War Europe: Competition, Cooperation, Circulations (1950s-1970s), Berlin, Boston, 2018). È legato da antica amicizia e profonda stima al connazionale Dag Hammarskjöld, che nel 1953 diventa segretario generale dell’Onu.

Nel 1955 è al Cairo su invito della National Bank of Egypt. Vi svolge una serie di lezioni da cui nasce, nel 1957, il suo Economic Theory and Underdeveloped Regions (trad. it. Teoria economica e paesi sottosviluppati, 1966). Il concetto di «causazione circolare cumulativa» viene ora applicato al contesto internazionale e alle diseguaglianze tra aree e paesi. Vi sono effetti di drenaggio di risorse (backwash effect) dalle aree avanzate a quelle meno avanzate, ma anche effetti di diffusione (spread effect). Il compito della politica, anche internazionale, è mitigare i primi e incoraggiare i secondi.

Diventa uno degli araldi dell’economia dello sviluppo (development economics). Le sue idee vengono prese in considerazione per affrontare i divari tra diverse aree del mondo e tra diversi territori di un paese. Da una conversazione con Myrdal, per esempio, nasce nella Svimez — impegnata negli anni Cinquanta nella costruzione dello Schema Vanoni — l’idea del rimboschimento come elemento regolatore del processo di sviluppo, capace, insieme al reddito, di aumentare l’occupazione.

Al termine del mandato all’Unece, nel 1957, tiene una lezione su Economic Nationalism and Internationalism nell’ambito delle Dyason Lectures dello Australasian Association for the History, Philosophy and Social Studies of Science. Rileva con preoccupazione e realismo il persistere delle forze della disgregazione internazionale e del nazionalismo economico, pur in una fase di intensa integrazione commerciale, e ribadisce che l’esistenza di istituzioni democratiche, incluso il welfare state, sono fondamentali per reggere dall’interno l’impatto della competizione con l’estero.

Alla fine degli anni Sessanta esce il monumentale Asian Drama: An Inquiry into the Poverty of Nations (New York, 1968), un’ampia indagine empirica che, echeggiando e rovesciando nel titolo il capolavoro del padre dell’economia moderna, Adam Smith, analizza le cause della povertà di undici paesi asiatici, dall’India all’Indonesia. Insiste sugli investimenti sociali, dall’istruzione alla sanità. Si spinge alla considerazione dei problemi nuovi dell’economia e nel 1972 tiene una conferenza sull’ambiente nella prospettiva di una maggiore, per quanto difficile, cooperazione internazionale (cfr. Gunnar Myrdal, Economics of an Improved Environment, «World Development», February 1973), poi ripubblicata in un volume collettaneo dall’efficace titolo: Who Speaks for Earth? (1973). Il saggio si conclude con una luminosa “professione di fede”: «La fede di uno scienziato è che una ricerca realistica che porti a una vera conoscenza è sempre e dovunque proficua, mentre le illusioni opportunistiche sono dannose. Senza questa fede, che rappresenta uno degli a priori a tutti i suoi sforzi (…) non vi sarebbero incentivi alla fatica (…). L’economia è una scienza morale, cosa che i nostri predecessori hanno riconosciuto in linea di principio, benché con logica difettosa, cento e duecento anni fa, ma che ora per lo più si dimentica». Il dilemma è dietro ogni scelta.

Nel 1974 riceve, contemporaneamente e separatamente da Friedrich von Hayek, il premio Nobel per l’Economia: «Per i loro studi sulla teoria della moneta e le fluttuazioni economiche e per le loro penetranti analisi sulla interdipendenza dei fenomeni economici, istituzionali e sociali». È la consacrazione finale. Eppure, né il 1974 (anno dell’attribuzione del Nobel) né il 1944 (anno della pubblicazione di An American Dilemma) possono sul piano personale competere con il 1919, anno in cui ha conosciuto la futura moglie Alva, nata nel 1902 e di lui più giovane di quattro anni.

Co-autrice di diversi lavori con il marito, esperta di pedagogia, psicologia e sociologia (riceverà una dozzina di lauree honoris causa), presidente della sezione di scienze sociali dell’Unesco (1950-1955), ambasciatrice in India (1955-1956), parlamentare, delegata alla Conferenza Onu sul disarmo (1962-1973), ministro per gli Affari religiosi (1966-1973), nel 1982 anche ad Alva è assegnato un premio Nobel, quello per la Pace. C’è un precedente. Anche Pierre e Marie Curie avevano infatti ricevuto il Premio Nobel in due discipline diverse: giacché dopo aver vinto, insieme, quello per la fisica (1903), Marie lo aveva vinto anche per la chimica (1911). Il fatto singolare è piuttosto che in Alva e Gunnar Myrdal l’economia e la pace idealmente si ritrovano e si ricongiungono, l’una al servizio dell’altra. Non come astratti enunciati, ma come scienze pratiche orientate al benessere concreto delle persone.

Il 29 ottobre 1929, il martedì nero di Wall Street, Myrdal aveva inviato al maestro Gustav Cassel una lettera da New York: «Vorrei lavorare su qualcosa che abbia una più diretta connessione con la vita delle persone. Perciò, per il resto della mia vita non me ne starò seduto a pensare a che cosa intendessero per “valore” Malthus o Ricardo, ma nondimeno sono felice di averlo fatto in passato». La connessione con le persone: per andare al di là dei dilemmi dell’economia.