Home GiornalePopolari, divisi si diventa irrilevanti

Popolari, divisi si diventa irrilevanti

La diaspora dei cattolici popolari e sociali ne ha progressivamente indebolito il peso politico. La sfida, oggi, è ricomporre quest’area nel campo centrista e riformista, evitando una presenza puramente testimoniale nei partiti altrui.

Inutile girarci attorno. Quando una comunità politica e culturale come quella cattolico-popolare e cattolico-sociale, che è ancora fortemente identitaria ma senza alcuna deviazione clericale o confessionale, si frantuma e si divide, getta le condizioni per la sua irrilevanza politica e progettuale. Anche se, va pur riconosciuto, non viene meno l’impegno politico, culturale, programmatico ed organizzativo nei vari partiti e nelle rispettive coalizioni, a sottolineare le ragioni di questa presenza.

 

La marginalità dei Popolari

Del resto, è sotto gli occhi di tutti. Il ruolo, la funzione e la stessa “mission” dei Popolari in questi ultimi anni si sono progressivamente impoveriti al punto da diventare del tutto marginali. Certo, la causa principale è anche dovuta al fatto che sono scomparsi i partiti come centri di elaborazione culturale e di progettualità politica, sostituiti da grigi cartelli elettorali e, al contempo, da strumenti nelle mani dei rispettivi capi. Gli ormai famosi “partiti personali” o “partiti del capo”. Per non parlare dei “partiti proprietari”.

Ma, comunque sia, in tutte queste versioni il contributo e il ruolo dei Popolari si sono sostanzialmente dissolti. Per svariate motivazioni sulle quali non è neanche opportuno soffermarsi ulteriormente.

 

Un medesimo ceppo culturale

Ora, però, c’è un dato di fondo – ed è l’unico – che merita di essere approfondito. E cioè: i Popolari, proprio perché provengono dal medesimo ceppo culturale, ideale, valoriale e storico, non possono procedere in ordine sparso, accampandosi in partiti che hanno altre ragioni culturali e che, soprattutto, sono politicamente persino platealmente alternativi rispetto al pensiero e alla storia del popolarismo di ispirazione cristiana.

Non è un caso, del resto, se nel principale partito della sinistra italiana – cioè il Pd – è ritornata di moda l’esperienza dei “cattolici indipendenti di sinistra” eletti nel Pci negli anni ’70 e ’80 al Parlamento italiano. Una esperienza, seppur gloriosa ed importante, che aveva però un solo limite. E cioè: si trattava di personalità del mondo e dell’area cattolica che non potevano affatto condizionare il progetto politico complessivo del partito che li aveva gentilmente “ospitati” nelle proprie liste.

Mutatis mutandis, è lo stesso ruolo che viene riservato ai “cattolici professionisti”, per dirla con una felice ed antica espressione di Mino Martinazzoli, dei Delrio di turno nella stagione politica contemporanea nel Partito democratico a guida Schlein. E, specularmente, anche nei partiti di centrodestra non si va oltre la mera e protocollare presenza testimoniale. Politicamente irrilevante, culturalmente inconsistente e programmaticamente impercettibile.

 

Lo spazio centrista e riformista

L’unico spazio, concreto e tangibile, dove gli eredi del popolarismo di ispirazione cristiana e del cattolicesimo sociale potrebbero svolgere un ruolo politico significativo continua ad essere il campo centrista e riformista. Ma, anche su questo versante, non in ordine sparso o sbriciolati in mille rivoli.

Perché se anche nei partiti o nelle rispettive coalizioni di orientamento centrista i cattolici popolari e i cattolici sociali trovano il modo per spaccarsi in mille schegge, è poi perfettamente inutile lamentarsi della loro sostanziale inconsistenza politica, culturale, progettuale e soprattutto programmatica.

 

La necessità della ricomposizione

Al riguardo, e per essere chiaro sino in fondo, nessuno mette in discussione che anche e soprattutto nella galassia cattolica esista una pluralità di accenti, di sensibilità e di sfumature. Ma il compito principale, e quasi esclusivo, di chi ritiene ancora utile una presenza pubblica dei cattolici popolari e dei cattolici sociali nella cittadella politica italiana è proprio quello di favorire adesso una vera e propria “ricomposizione” politica ed organizzativa di questo mondo variegato e molto articolato.

L’alternativa, come tutti ben sappiamo, è una sola. E cioè: prendere atto che una storica tradizione ideale, un qualificato e sempre attuale e moderno filone di pensiero e una rete organizzativa ancora fortemente radicata nel tessuto sociale sono destinati a guardare la partita politica dagli spalti.

Sarebbe un triste e misero epilogo per la stessa esperienza storica dei cattolici impegnati in politica nel nostro Paese.