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Igino Giordani, la persona al centro e la politica come servizio

La dignità della persona, il bene comune e la fraternità attraversano l’impegno di Igino Giordani: un laico cristiano, precursore del dialogo ecumenico, che ha vissuto la politica come servizio e testimonianza.

Una vita tra cultura e impegno

Igino Giordani (Tivoli 1894 – Rocca di Papa 1980) è una figura che è stata molto importante nel Movimento cattolico, ma non è altrettanto conosciuta. Laureato in lettere alla Sapienza di Roma e insegnante, aderì al Partito Popolare e fu direttore de “Il Popolo Nuovo”, settimanale del PPI. Durante il regime tenne una posizione antifascista.

Dopo il giugno 1944 diresse “Il Quotidiano” nella Roma liberata e il 2 giugno fu eletto deputato all’Assemblea Costituente della Repubblica italiana, poi nella I legislatura; fu anche consigliere al Comune di Roma. Succedette a Guido Gonella nella direzione del quotidiano “Il Popolo”.

Nel 1948 incontrò Chiara Lubich e da quel momento condivise gli ideali del Movimento dei Focolari, da lei fondato nel 1943. Uscito dalla vita politica, si dedicò all’attività culturale e giornalistica e soprattutto operò nell’ambito del Movimento come direttore della rivista “Città Nuova”, direttore del Centro Uno (per l’ecumenismo), presidente dell’Istituto internazionale “Mystici corporis” a Loppiano.

Dai suoi scritti di scrittore — fu autore di romanzi e di saggi, a cominciare dal libro Rivolta cattolica, pubblicato nel 1925 per le edizioni di Piero Gobetti — e di giornalista — fu direttore della rivista “Fides”, oltre che dei due quotidiani citati — e dagli scritti di coloro che se ne sono occupati, si può dire che il suo impegno è stato ispirato al “personalismo”, come pensiero incentrato sulla dignità della persona: di ogni persona e di tutte le persone.

 

Un precursore, un eroe disarmato

Per sintetizzare il suo impegno di laico cristiano, vorrei utilizzare alcune definizioni. “Segno dei tempi nuovi” lo ha definito Tommaso Sorgi nel 1994 e, in effetti, Giordani è stato, dal punto di vista ecclesiale e civile, un precursore: sul piano del laicato cattolico e della famiglia, precorrendo il Concilio ecumenico Vaticano II, e sul piano sociale, anticipando la rivendicazione dell’obiezione di coscienza, su cui presentò nel 1947 la prima proposta di legge.

“Un eroe disarmato” lo ha definito Alberto Lo Presti nel 2021, e l’accento va posto sull’aggettivo che coglie non tanto un aspetto della sua personalità, quanto una scelta comportamentale, all’insegna del confronto e del dialogo, del rispetto e della collaborazione. In questa ottica la fraternità non è una possibilità, ma una necessità: il problema allora è “come” tradurla praticamente, in modo che sia, oltre che un principio religioso, anche un obiettivo politico.

 

La semplicità di un testimone

Lui stesso ebbe a definirsi, nel suo libro di Memorie, “un cristiano ingenuo”, cogliendo una peculiarità del suo essere e del suo agire. Questa potrebbe essere colta anche attraverso l’immagine con cui è stato raffigurato in una scultura, collocata al Centro internazionale dei Focolarini a Rocca di Papa: seduto su una panchina, come amava fare negli ultimi tempi.

È un’immagine che bene esprime la quotidianità e l’umiltà dell’ascolto e della vicinanza: non dunque uomo del piedistallo (della fama), né uomo della poltrona (della politica), ma uomo della semplicità colloquiale.

In presenza di una politica gridata e rissosa, la figura di Giordani acquista il valore di un richiamo forte a una politica sobria, moderata, che ha cioè il senso della misura; una politica di centro in quanto sa quale deve essere il centro della politica, cioè la persona come idealità e le persone come realtà.

 

Il potere come servizio

Si potrebbe e dovrebbe aggiungere che per centro è da intendere non tanto una collocazione partitica, quanto un’ispirazione e, insieme, un’aspirazione a che la politica non perda il suo obiettivo specifico, ossia il bene comune, che solo giustifica l’esercizio del potere non come “dominio su”, bensì come “servizio a”.

Ecco: l’idea evangelica del servire è il senso più vero che Giordani ha posto alla base della politica e della stessa esistenza. L’idea di dare traduzione concreta allo spirito evangelico è la sua “ingenuità” e motivo della sua esemplarità.

Non ha voluto essere un maestro, ma è stato un maestro nel suo essere un testimone credente e credibile: disarmato, ma anche disarmante, per la sua “ingenuità” nell’impegno a “farsi prossimo” in molteplici ambiti: sociale ed ecclesiale, intellettuale e morale, politico ed educativo.

 

Un pioniere dell’ecumenismo

Un’ultima definizione è quella di “pioniere dell’ecumenismo”: la si deve a Gabriella Fallacara, sua collaboratrice dal 1960 al 1980. Al riguardo mi limito a riportare queste sue parole, tratte da un manoscritto degli anni ’60:

«col dialogo finisce la polemica, l’urto, la scomunica; viceversa comincia la comprensione, e l’acquisto, delle verità e virtù degli altri. Il dialogo, per il quale si incontrano esponenti di due o più chiese, non è propaganda né accademia. È sforzo concorde per cercare l’accostamento col fratello separato e per conformarsi entrambi alla volontà di Cristo».

Il suo personalismo si è tradotto in un ecumenismo che definirei delle quattro A, in quanto caratterizzato da ascolto reciproco, amicizia personale, approfondimento storico-teologico e accostamento continuo alla Bibbia, con un’idea di unità che non puntava all’uniformità, in quanto non puntava alla cassazione delle differenze tra le chiese, ma alla loro comunione rispettosa.

 

La cordialità che umanizza

Nella pratica è stato contrassegnato dalla “cordialità”, nel senso che si accompagnava a una serie di atteggiamenti improntati a gentilezza e cortesia, ad affabilità e amabilità, a calore e disponibilità che (direbbe papa Francesco) sono “virtù deboli ma non per i deboli”, e Giordani era tutt’altro che debole.

Si potrebbe anche dire che il suo era un “ecumenismo cordiale”, proprio in senso etimologico: veniva dal cuore e si alimentava di “buone maniere” che in lui rivelavano la loro valenza etica di “maniere buone”, ricche di “umanità” e capaci di “umanizzare”.