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Home GiornaleIl caso Prodi e il silenzio di chi dovrebbe parlare

Il caso Prodi e il silenzio di chi dovrebbe parlare

Anche nel rapporto tra la politica e il giornalismo - o meglio tra i singoli politici e i singoli giornalisti - c’è la doppia morale. Ovvero, quello che vale per l’uno non vale per l’altro.

Ha fatto rumore – anche se non dappertutto – la reazione di Romano Prodi alle domande, semplici ed educate, di una giornalista di Mediaset sull’ormai famoso ‘Manifesto’ di Ventotene. Non entro nel merito della risposta e del comportamento dell’ex capo del governo se non per evidenziare che si resta francamente basiti ed esterrefatti dell’atteggiamento concreto manifestato da Prodi.

Certo, fa una certa impressione assistere ad un comportamento che confligge radicalmente con tutto ciò che viene quotidianamente predicato dalla sinistra giornalistica, editoriale, culturale, politica, accademica e giudiziaria sulla qualità della nostra democrazia e la credibilità della stessa classe politica.

Ma, al di là di questa considerazione, sono due gli elementi che emergono da questa triste vicenda e che meritano di essere citati. Innanzitutto il silenzio tombale di tutta la stampa politicamente schierata a sinistra sul fatto accaduto tra Prodi e la giornalista di Mediaset. Se non per ricordare che Prodi non deve affatto “scusarsi” di ciò che è concretamente capitato e che, anzi, proprio questo alterco – sempre secondo l’interpretazione degli organi di informazione giornalistici e televisivi riconducibili alla sinistra – confermerebbe la natura provocatoria, ignorante e scorretta delle testate giornalistiche o televisive non schierate con il cosiddetto “campo largo”.

In secondo luogo ed è, questo, il dato più inquietante, il silenzio – seppur imbarazzato ma pur sempre silenzio – degli organismi di categoria che dovrebbero sempre tutelare e garantire il lavoro dei giornalisti quando viene declinato rispettando sino in fondo le regole deontologiche e professionali. E, nello specifico, mi riferisco all’Ordine dei Giornalisti e alla Federazione della Stampa che sono sempre molto attenti e giustamente premurosi ogniqualvolta c’è un attacco al “mestiere” e alla “professione” dei giornalisti. Questa volta, misteriosamente, è calato il silenzio.

Almeno sino ad oggi.  Ora, e al riguardo, un organo di garanzia e di rappresentanza dei giornalisti è credibile, nonché serio, se è semplicemente trasparente ed oggettivo. Cioè, se non piega le valutazioni sulle vicende concrete dei singoli giornalisti che svolgono correttamente il loro lavoro a ragioni politiche e di appartenenza partitica. Perché, se così fosse, dovremmo prendere amaramente atto che anche gli organi di garanzia sono semplice espressione di una volontà politica e di partito. Sul silenzio, invece, della sinistra politica nelle sue multiformi espressioni, delle tradizionali femministe e dei rispettivi movimenti, della sempreverde società civile e dello “spirito delle piazze” non c’è da stupirsi di alcunché.

Resta, comunque sia, l’amaro in bocca per un solo dato prendendo spunto proprio da questa vicenda. E cioè, anche nel rapporto tra la politica e il giornalismo – o meglio tra i singoli politici e i singoli giornalisti – c’è la doppia morale. Ovvero, quello che vale per l’uno non vale per l’altro. Con il rischio, sempre più con concreto e tangibile, di squalificare sia la politica che il giornalismo.