Nell’introduzione al volume Aldo Moro. Il diritto e lo stato(Bari, Cacucci Editore, 2026, pagine 368, euro 30), che raccoglie le lezioni del giovane Moro sulla filosofia del diritto e dello Stato degli anni 1944-1945 e 1945-1946, Antonio Incampo invita a cogliere la pregnanza e attualità di una riflessione che «s’irradia dal centro». È questo infatti ciò che suscita in chi le legge un sentimento di sincero e grato stupore.
Non solo per la maturità di visione che manifestano, non solo perché lasciano intuire la portata del contributo di Moro all’Assemblea costituente, non solo perché esprimono in nuce le ragioni direttrici del suo impegno politico negli anni seguenti, da ultimo sigillato con il sacrificio della vita. Ma perché attestano il “centro” vivo e pulsante da cui originano la sua riflessione e la sua azione e le linee-guida che ne descrivono la coerente declinazione politica.
Anni dopo, nel 1967, Papa Montini — che sappiamo da quale sintonia di spirito fosse legato al giovane Moro —, nell’enciclica Populorum progressio, quasi stilando un manifesto del nuovo ordine internazionale che i «segni dei tempi» chiedevano, metteva in primo piano l’esigenza di «uomini di pensiero capaci di riflessione profonda, votati alla ricerca di un umanesimo nuovo, che permetta all’uomo moderno di ritrovare se stesso». E proseguendo con determinazione su questa strada, Leone XIV nell’enciclica Magnifica humanitas invita ad «avviare un discernimento condiviso capace di penetrare le radici spirituali e culturali delle trasformazioni in atto», perché, «se ci limitiamo alle contingenze, rischiamo di lasciare che il susseguirsi delle emergenze decida al posto nostro la direzione del cammino». Ebbene, queste pagine di Moro sembrano rispondere a questa oggi più di ieri interpellante convocazione.
Non senza ragione il primo capitolo del corso tenuto nel 1944-1945 prende le mosse da un assunto: «Il dovere del pensiero» è «il primo dovere morale», in quanto «ci svela la natura attiva del processo di conoscenza, esso stesso espressione di quel farsi in cui consiste la vita». La prima lezione che Moro dunque ci offre è questa: riaccendere la luce e la responsabilità del pensare, e del pensare alto, del pensare sino in fondo, del pensare la complessità del reale sociale non per il lusso de l’art pour l’art ma per rispondere al compito di «costruire la vita nella sua verità». A fronte della tentazione strisciante, che rischia oggi di farsi pervasiva e intossicante, di ridurre il pensiero alla mera razionalità strumentale e calcolante, disinteressata o persino ignorante del fine dell’agire e della sua verità in ordine alla realizzazione di ciò che è autenticamente e integralmente umano. Con le tragiche conseguenze che si possono prevedere e che oggi sperimentiamo sulla pelle dell’umanità e della casa comune.
Di qui la seconda lezione che costituisce l’asse portante della proposta che da Moro viene con rigore declinata. Si tratta della struttura e del “ritmo” intrinsecamente sociale e dunque relazionale che connota la verità dell’essere. E in effetti non può non colpire l’insistenza e radicalità di pensiero con cui questa costitutiva dimensione dell’esperienza morale viene rilevata e argomentata. Non solo perché riconosciuta come il fondamento dell’esperienza giuridica e politica, ma anche perché, a fronte della dialettica tra individualismo e collettivismo, Moro traccia con essa la via di un’interpretazione ontologica e assiologica della persona in cui si giocano il senso e la concretezza della sua esistenza nella vita sociale.
Basti in merito questa densa affermazione: «Ciascuno si ritrova in tutti e tutti con lui in una compenetrazione ineffabile nutrita di amore. Il ritrovamento del proprio io in universale, dell’io vero pel quale la vita vale, coincide puntualmente con il ritrovamento degli altri come diversi ed uguali, come altri uomini, ma uomini. Ritrovamento di umanità la quale si presenta come fraternità: una fraternità necessaria, inderogabile come la verità che illumina la vita». Moro pone in questo modo un’equazione tra la vocazione cui io, in quanto particolare, debbo moralmente rispondere per realizzare in me ciò che è veramente e universalmente umano, e l’impegno morale a vivere il rapporto con l’altro in modo tale che egli, da particolare qual è al pari di me, possa attingere quella stessa universalità che ci fa, insieme, esseri umani. È così — spiega — che il singolo «s’innalza all’universale nell’atto che vede innalzarsi allo stesso tutti gli altri che son con lui nella stessa esperienza sociale».
Il «reciproco riconoscimento», il «cointeresse sociale», la «presenza irriducibile del rapporto nella sua bilateralità» descrivono la forma sociale dell’ontologia e dell’assiologia di ciò che l’umano è e determinano il criterio di verità e di giustizia dell’esperienza giuridica. Per questo, «nell’azione del singolo uomo è in gioco il destino della città e, in questo, il destino stesso dell’umanità».
Ma tutto ciò, vale a dire l’esecuzione sociale in reciprocità dell’essere persona — ecco la terza lezione —, accade dentro la storia e come storia. L’ontologia della persona, essendo relazionale, è storico-processuale. Il processo costituendo «esso stesso un fondamentale dovere morale, in quanto la prima esigenza che lo spirito umano deve soddisfare, per essere se stesso è appunto di comprendere se stesso nel proprio valore; intendersi perciò nel suo significato processuale, nel suo dinamismo, in quel continuo farsi in cui consiste la vita».
La processualità intrinseca al farsi dell’ontologia della persona implica pertanto non solo la necessità dell’incarnazione storica del valore che la persona è, ma implica anche il dovere morale dell’«evoluzione» e ove necessario — Moro con lucidità lo richiama in un apposito capitolo — della «rivoluzione»: quando l’ordine sociale e statuale in cui s’esprime lo status quo più non corrisponda al grado dell’autocoscienza morale raggiunta dalle persone in un’esplicazione sociale coerente alla vocazione della persona e alla sua solidale promozione. Solo così la società «potrà essere guardata come il continuo processo, onde il soggetto celebra nella comunione con gli altri la sua vera libertà».
La quarta e ultima lezione riguarda il tema — oggi come mai impellente, proprio perché come mai impellente è la domanda intorno al senso dell’essere personale e sociale — della comunità degli Stati. La dottrina di Moro è netta.
Affermato che «la particolarità dello Stato è data con la sua particolare intuizione di giustizia, la quale, perennemente mutandosi, rappresenta l’esperienza storica che realizza, in un incessante processo, la verità universale», egli ne deriva l’assunto che «la assoluta relazionalità della pluralità degli Stati rappresenta lo svolgimento coerente della determinazione etico-sociale dell’individuo, che il confine dello Stato non può fermare, ma della quale anzi deve agevolare lo slancio, onde l’uomo attinge la totale comunità umana, ed in essa solidalmente si inserisce».
Parole che non abbisognano di commenti e che invitano a decifrare la posta in gioco nel pericoloso scontro oggi in atto non solo a livello geopolitico tra gli Stati, ma, all’interno di ciascuno di essi, tra una coscienza che ha interiorizzato la spinta ad articolare il particolare con l’universale nella logica del reciproco riconoscimento e una coscienza che è tentata d’incurvarsi in modo miope e meschino in se stessa, rivendicando un’identità esercitata in forma autoreferenziale, escludente e persino conflittuale.
Sono pagine preziose e persino sorprendenti e commoventi, per profondità, lungimiranza, apertura di nuovi e profetici orizzonti, queste scritte dal giovane Moro. E, forse, non è casualità che ci vengano riproposte oggi, quando tutti avvertiamo, con un’urgenza che più non tollera rinvii, la necessità di un pensiero che ci permetta di guardare responsabilmente al futuro col coraggio che viene dall’immaginare e organizzare la speranza di una società e di un mondo liberi, giusti, solidali e fraterni.
«Certo è — scrive Moro — solo questa serena coscienza di una verità e di una gioia, che accompagnano immancabilmente la vita, che dà significato e valore ad ogni vicenda lieta e triste e, inserendo appunto ogni esperienza nell’assoluto e nell’eterno, in cui essa è per essere nella verità, toglie l’inganno del tempo che travolge ogni cosa, perché, quello che è stato nella verità, è. Per questo è bello vivere».
Fonte: Osservatore Romano – 9 ottobre 2026
Titolo: Pensare il politico «dal centro»
Occhiello: Le lezioni di filosofia del diritto e dello Stato del giovane Moro
[Testo qui riproposto per gentile concessione di Andrea Monda, direttore del quotidiano vaticano]

