Le elezioni politiche si avvicinano e all’orizzonte si staglia la costruzione di nuovi soggetti politici in grado di condizionare nuovi ed eventuali equilibri. E, tra questi, immancabilmente riemerge la necessità di rafforzare i luoghi politici centristi. Ovvero, nuovi partiti e movimenti centristi. O all’interno delle attuali coalizioni maggioritarie o per conto proprio.
La lezione di Donat-Cattin: conti se orienti la politica
Ora, se vogliamo dirci la verità senza la solita ipocrisia e falsità, non possiamo non fare una semplice osservazione. E cioè, il Centro – democratico, riformista e di governo – esiste se riesce anche e soprattutto a dettare l’agenda politica. Lo diceva molti anni fa Carlo Donat-Cattin parlando del dibattito all’interno della Democrazia Cristiana – tutt’altro mondo, come ovvio e persino scontato – quando, riferendosi alla sua corrente, la sinistra sociale di Forze Nuove, diceva semplicemente che nel suo partito, la Dc e quindi nell’intera politica italiana, contavi se riuscivi a condizionare l’evoluzione della politica generale. E Donat-Cattin, tra l’altro, ci riusciva benissimo anche solo con una corrente che si attestava attorno all’8% dei consensi all’interno del corpaccione democristiano.
Nel campo largo il Centro resta marginale
Ed è proprio all’interno di questa cornice che si inserisce, oggi, il ruolo e la funzione di un potenziale e credibile Centro. Ora, è noto a tutti, ma proprio a tutti, che nell’attuale coalizione di sinistra e progressista le forze centriste e riformiste sono del tutto marginali, ininfluenti, irrilevanti ed inconsistenti. Per ragioni oggettive ed obiettive e non per mere argomentazioni polemiche. E questo per una ragione persin troppo semplice da spiegare.
E cioè, il cosiddetto “campo largo” è oggi saldamente guidato, egemonizzato, diretto e governato da quattro sinistre: quella radicale e massimalista del Pd della Schlein, quella populista e demagogica dei 5 stelle di Conte, quella estremista ed ideologica del trio Fratoianni/Bonelli/Salis e quella classista e pan sindacale della Cgil di Landini. Oltre, come la vicenda referendaria ha ampiamente confermato, all’ANM, a molti movimenti della società civile, ai vari conduttori di alcuni talk televisivi e agli opinionisti che vergano i commenti sulla stampa amica e compiacente. Per il resto, per dirla con una felice espressione di Goffredo Bettini, c’è posto solo sotto una “tenda”. Detta con parole più semplici, al Centro è riservato solo un gentile “diritto di tribuna”.
Nel centrodestra pesa l’egemonia della leadership
Sul versante del centro destra, è sotto gli occhi di tutti che esiste un partito dichiaratamente centrista, riformista e liberale, cioè Forza Italia. Ma è altrettanto evidente che la leadership politica, carismatica e di governo di Giorgia Meloni è talmente forte ed incisiva che oscura qualsiasi altro contributo. Certo, l’alleanza è di centro destra. Ma è evidente che anche da queste parti il Centro – seppur non in misura così clamorosa come nella coalizione di sinistra e progressista – stenta a condizionare e ad incidere credibilmente nella costruzione del progetto politico complessivo.
Per queste ragioni, semplici ma oggettive, l’unico spazio che ad oggi può garantire un protagonismo politico, culturale e programmatico del Centro resta quello di costruire un luogo politico e progettuale autonomo e distinto dai due schieramenti maggioritari. Un luogo che dovrà essere autenticamente plurale, seccamente riformista e capace di dispiegare una vera cultura di governo alternativa al massimalismo radicale, estremista e populista della sinistra e, al contempo, distinto e distante dalla destra sovranista e populista. Il tutto, per rifarsi ancora alla battuta iniziale di Donat-Cattin, per cercare di riuscire a dettare l’agenda politica senza confusione, opportunismi e trasformismi vari.
