Del Centro, in modo più o meno blasfemo, ne parlano ormai in tanti. Anzi, in tantissimi. Chi per continuare a denigrarlo sostenendo, curiosamente, che ormai lo sbocco bipolare – per la verità un bipolarismo sempre più selvaggio, sempre più violento e sempre più polarizzato – è destinato a segnare in modo irreversibile il futuro della politica italiana e chi, al contrario, ritiene che invece solo il Centro può riportare l’attenzione a quella “cultura di governo” che per molti anni ha caratterizzato il comportamento concreto di molte forze politiche nel nostro Paese.
Non tutte, per la verità. Anche perché, come è sufficientemente noto, i partiti populisti, massimalisti ed estremisti erano, sono e restano semplicemente alternativi rispetto a qualsivoglia cultura di governo. E non è un caso, del resto, che siano proprio i partiti populisti, massimalisti ed estremisti a frenare, oggi, la cultura di governo nei due schieramenti maggioritari. Entrambi, purtroppo, dominati e condizionati da spinte populiste ed estremiste evidenti e persino oggettive, nonché plateali. Basti tornare al comportamento e al progetto di partiti come i 5 Stelle di Conte o Avs del trio Fratoianni/Bonelli/Salis o alla Lega di Salvini.
La lezione della Democrazia Cristiana
Ma, al di là di questa fotografia, è indubbio che ancora oggi, quando parliamo di cultura di governo, non possiamo non guardare alla concreta esperienza del partito che ha saputo nel passato declinarla con forza, convinzione e coerenza. Elemento, questo, che resta indispensabile anche per garantire e consolidare la qualità della nostra democrazia. E cioè la lunga stagione politica della Democrazia Cristiana.
E questo, come ovvio, non per rinverdire o riproporre quella esperienza nell’attuale cittadella politica italiana ma, molto più semplicemente, perché nel “metodo” democristiano si riconoscono quei tasselli che restano cruciali per declinare, anche nella stagione contemporanea, una vera e credibile cultura di governo.
Progetto, mediazione e riformismo
E cioè, avere un progetto politico chiaro e non esposto al vento dell’estemporaneità e dell’improvvisazione; coltivare la cultura della mediazione e della composizione degli interessi contrapposti nella concreta azione di governo; praticare un approccio riformista nel declinare la ricetta di governo senza mai scivolare in tentazioni populiste, estremiste, demagogiche e qualunquiste; avere una classe dirigente, politica e di governo, che sappia costantemente anteporre l’interesse nazionale a meri interessi particolari e di partito e, infine, ma non per ordine di importanza, individuare nella coalizione e nell’alleanza non una camicia di forza o un mero pallottoliere per declinare una credibile e realistica cultura di governo.
Un metodo che non appartiene soltanto al passato
Ecco perché, a distanza di oltre 30 anni dal suo tramonto politico ed organizzativo, il “metodo” e il “merito” democristiano continuano ad essere un faro che illumina chi vuol perseguire una concreta, realistica e percorribile cultura di governo.
Un “metodo” ed un “merito” che non tramontano solo perché quella esperienza politica, culturale ed organizzativa è stata consegnata definitivamente agli archivi storici. Ma per la semplice ragione che, in un contesto politico purtroppo dominato da un preoccupante deficit di cultura di governo, dalla crisi dell’autorevolezza della classe dirigente e da un pressappochismo inquietante sul versante delle ricette programmatiche, riscoprire i tasselli principali di quella antica esperienza politica può e dev’essere ancora oggi uno stimolo importante e anche decisivo per non far fallire l’azienda Italia.

