Home GiornaleIl diritto di avere diritti: la democrazia alla prova degli esclusi

Il diritto di avere diritti: la democrazia alla prova degli esclusi

Dai migranti ai rifugiati, fino ai poveri e agli esclusi, l’universalità dei diritti umani interpella la democrazia. La sfida è tradurre i principi costituzionali in concrete conquiste di civiltà.

L’universalità dei diritti e le nuove esclusioni

Tra le questioni che l’attuale cambiamento d’epoca, che è molto più che un’epoca di cambiamenti, pone alla democrazia va segnalata la rinnovata riflessione sulla universalità dei diritti dell’uomo (ma forse non sarebbe preferibile parlare di “diritti della persona umana”?).

Attualmente tale principio di universalità è messo in discussione dall’esistenza dei “migranti”: così Alessandro Dal Lago nel libro Non persone: l’esclusione dei migranti in una società globale (Feltrinelli 1999) e dei “rifugiati”: così Hannah Arendt nel saggio del 1943 Noi rifugiati, tant’è che la storia contemporanea «ha creato una nuova specie di esseri umani, quelli che vengono messi nei campi di concentramento dai loro nemici e nei campi di internamento dai loro amici», annotava efficacemente Arendt (Einaudi 2022).

E la discriminazione è ancora in corso; infatti, sono sotto gli occhi di tutti i respingimenti effettuati o, addirittura, sono nelle orecchie di tutti le minacce di remigrazione.

Così il concetto di uomo viene avvilito a categoria di “rifugiato”, e l’illegale viene considerato come superfluo e – per dirla con Arendt – privato del “diritto ad avere diritti”.

Da Francesco a Leone XIV: l’accoglienza come dovere etico

Una forte denuncia di tale situazione è venuta da un papa “arrivato dalla fine del mondo”, e che ha assunto programmaticamente il nome di “Francesco”; così papa Bergoglio fin dall’avvio del suo pontificato ha denunciato il declassamento umano dei migranti e dei profughi, considerati come “nuova specie di esseri umani”.

In altro contesto, all’inizio dell’età moderna, con le esplorazioni geografiche era avvenuta una negazione di umanità nei confronti degli indigeni; dopo oltre 500 anni la cosa si ripete nei confronti dei migranti.

A esprimere il rifiuto di tale considerazione è stata anche la Chiesa, a partire da papa Francesco per proseguire con papa Leone XIV, ed entrambi hanno usato un gesto simbolico: il viaggio a Lampedusa.

Qui, nel 2013, papa Bergoglio ebbe a dire: «Siamo caduti nella globalizzazione dell’indifferenza. Ci siamo abituati alla sofferenza dell’altro, non ci riguarda, non ci interessa, non è affare nostro», e nel 2026 papa Prevost ribadì: «Non possiamo voltarci dall’altra parte di fronte al dramma di chi scappa dalla guerra e dalla miseria. Accogliere è un dovere umano prima ancora che cristiano».

Una indicazione politica? No, una indicazione etica, che attende politici capaci di darne traduzione pratica.

La democrazia come maturazione collettiva

E la democrazia è anche questa capacità di misurarsi con problemi inediti e di accogliere sollecitazioni a risolverli. Una politica che si è espropriata dell’umanità non è democrazia, per quanto della democrazia si riempia la bocca.

Risulta quindi necessario che, senza strumentalizzazioni e senza radicalismi, si affrontino le nuove realtà con la consapevolezza che esse mettono in discussione certe Dichiarazioni universali che diamo per definitive e scontate, mentre hanno bisogno di essere riviste e integrate.

A tal fine serve partire dalla sensibilizzazione per giungere ad affrontare le nuove situazioni e alla loro risoluzione, magari parziale.

Allora si può ipotizzare che – come il superamento della condizione di inferiorità e marginalità dei lavoratori, delle donne e dei bambini è avvenuto grazie a lotte ideali e pratiche – prima o poi avverrà anche per i migranti e per i rifugiati.

Non sarà semplice, ma la democrazia, che è sempre in cammino, perverrà a questa ulteriore conquista sociale e pure filosofica; e, almeno per certi aspetti, la lentezza procedurale dovrà essere vista come una maturazione valoriale.

La maturazione ha i suoi tempi, da cui la democrazia non può prescindere, il che segnala non tanto una incapacità gestionale, quanto una capacità riflessiva e dialettica, che consente ai cittadini di metabolizzare il problema e condividerlo, per impegnarsi collettivamente nella sua soluzione.

I poveri, la Costituzione e i diritti negati

Ed è impostazione che, sempre in tema di universalità dei diritti della persona, caratterizza un altro problema, per certi aspetti anche più grave, seppure meno eclatante.

Mi riferisco ai poveri, a cui non vengono riservati dei campi e che non sono privati della cittadinanza, eppure praticamente sono rifiutati ed equiparati a rifiuti o scarti della società: essi costituiscono la spina nel fianco dell’attuazione universale dei diritti umani, perché ci saranno sempre in modi diversi.

In ogni caso, essi rappresentano un invito a comprendere che l’universalità dei diritti umani chiede non solo d’essere proclamata più o meno formalmente, ma soprattutto di essere perseguita concretamente.

Al riguardo penso alla Costituzione italiana: il problema è attuarla, altro che modificarla!

Se venisse attuata fino in fondo, avremmo – per dirla con un libro di don Virginio Colmegna e del giurista Gustavo Zagrebelsky (Castelvecchi 2025) – La Costituzione dei poveri, dei non rappresentati, degli esclusi.

E sarebbe una ragione in più per considerarla, se non “la più bella” (l’enfasi può essere antipatica), almeno “una gran bella” Costituzione: di cui essere fieri, e di cui essere all’altezza.

Il ruolo del centro e la costruzione della casa comune

A tal fine (mi pare) c’è bisogno sia di chi in modo, magari provocatorio, richiama all’urgenza dei problemi, sia di chi ne sottolinea la complessità e le difficoltà di soluzione.

In questa dialettica si inserisce chi opera “dal centro” le opportune mediazioni: da quelle lessicali (da non sottovalutare) a quelle pratiche (più o meno tempestive), permettendo così di mettere a terra ciò che è gridato ovvero sussurrato.

Nella consapevolezza che la democrazia si alimenta di queste diverse posizioni: ciò che conta è che tutti, con andatura e postura diverse, sappiano camminare insieme al fine di operare per il consolidamento della “casa comune”.