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Il governo Meloni è vittima della sua sindrome complottista

Gli esempi non sono pochi, basta soffermarsi sugli ultimi tre riguardanti il codice degli appalti, il disegno di legge sull’autonomia differenziata e l’audizione alla Camera della Banca d’Italia sulla delega fiscale.

Il governo di destra soffre di una sindrome complottista. Ogni volta che una sua proposta politica è criticata, si affretta a spiegare che esistono trame occulte nei suoi confronti ad opera di giornalisti, magistrati, tecnici, finanza internazionale, etc.. Ciò non stupisce più di tanto perché l’elettorato affascinato dai complotti è stato in questi anni corteggiato dalla destra, è sufficiente ripensare alla sponda che Lega e FdI ha dato alla galassia negazionista dei vaccini.  

Gli esempi della sindrome complottista non sono pochi, mi soffermo però sugli ultimi tre riguardanti il codice degli appalti, il disegno di legge sull’autonomia differenziata e l’audizione alla Camera della Banca d’Italia sulla delega fiscale.

Il 29 marzo il presidente dell’Autorità Nazionale Anticorruzione (ANAC), Giuseppe Busia, è intervenuto sul disegno di legge del nuovo codice degli appalti (codice Salvini) rilevando gli aspetti positivi del provvedimento ed esprimendo nel contempo dubbi “per la riduzione della trasparenza e della pubblicità delle procedure, principi posti a garanzia di una migliore partecipazione delle imprese”e per l’innalzamento troppo elevato del valore dei lavori che si possono affidare direttamente o con procedure negoziali, cioè senza gare d’appalto, modalità “che rendono meno contendibili e meno controllabili gli appalti di minori dimensioni, che sono quelli numericamente più significativi. Tutto questo col rischio di ridurre concorrenza e trasparenza nei contratti pubblici”. Osservazioni ragionevoli che avrebbero meritato perlomeno un approfondimento, poiché l’ANAC è l’autorità amministrativa indipendente, istituita con legge statale, la cui missione istituzionale è la prevenzione della corruzione in tutti gli ambiti dell’attività amministrativa; inoltre perché dispone di competenze di elevata professionalità che hanno maturato un patrimonio di conoscenza ed esperienza nella gestione degli appalti. Invece la reazione del governo è stata di lesa maestà e ha chiesto le dimissioni del presidente di ANAC.

Il 17 maggio viene reso pubblico, sul sito del Senato, un documento del Servizio Bilancio che stronca il disegno di legge leghista sull’autonomia differenziata per dare più potere alle regioni. La reazione immediata dei ministri Salvini e Calderoli è stata durissima: i tecnici sono accusati  di essere incompetenti e servili verso FdI, tiepida verso questa riforma. Che cosa hanno detto di così grave i tecnici del Servizio del Bilancio che ha il compito istituzionale di tutelare l’equilibrio del bilancio cosi come prevede l’art.81 della Costituzione? Semplicemente che il ddl Calderoli, non prevedendo nuovi e maggior oneri a carico  della finanza pubblica, non è credibile e che le “regioni più povere ovvero quelle con bassi livelli di tributi erariali maturati nel territorio regionale potrebbero avere maggiori difficoltà ad acquisire le funzioni aggiuntive”.  

Arriviamo al 18 maggio. Alla Commissione finanze della Camera è audito il Capo del Servizio Assistenza e consulenza fiscale della Banca d’Italia Giacomo Ricotti sulla delega al Governo per la riforma del sistema tributario. L’intervento suscita molto scalpore perché vengono messi in discussione i ‘totem’ del centro destra. La flax tax è criticata: “Il modello prefigurato dalla delega fiscale come punto di arrivo – un sistema ad aliquota unica insieme a una riduzione del carico fiscale – potrebbe risultare poco realistico per un paese con un ampio sistema di welfare, soprattutto alla luce dei vincoli di finanza pubblica”. La redistribuzione del prelievo deve principalmente avvenire “attraverso il contrasto all’evasione; questo fenomeno, oltre che inaccettabilmente iniquo, distorce la concorrenza tra imprese e sottrae risorse che potrebbero essere utili anche ad alleggerire il carico tributario dei contribuenti in regola”. Anche qui il governo, lancia in resta, è andato all’attacco di Bankitalia accusandola di essere vicina alla sinistra e dileggiando i suoi tecnici: “Molti di questi – ha sostenuto il sottosegretario alle imprese – sono solo bravi a scrivere libri e hanno competenze universitarie, ma non conoscono il fisco reale. Mai fatta una dichiarazione dei redditi, etc.”.

Da queste ultime tre vicende, e delle tante altre che le hanno precedute, emergono i tratti  autoritari del governo di destra: non bisogna disturbare il manovratore, i tecnici dovrebbero rinunciare alla loro autonomia ed essere servili al ministro o sottosegretario di turno oltre a un’insofferenza diffusa verso gli organismi pubblici di controllo.

Nelle democrazie bisogna avere però il senso del limite. “La verità è che non possiamo funzionare – ha scritto Tom Nichols  – se non ammettiamo i limiti del nostro sapere e non ci fidiamo delle competenze altrui. A volte ci opponiamo a questa conclusione perché sconvolge il nostro senso d’indipendenza e autonomia. Vogliamo credere di essere in grado di prendere tutte le decisioni e ci irritiamo se qualcuno ci corregge, ci dice stiamo sbagliando o ci dà spiegazioni su argomenti che non capiamo”.

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