Il benessere delle persone nei luoghi di lavoro viene spesso associato al welfare aziendale e all’offerta di buoni, rimborsi, polizze, convenzioni e a tutti questi strumenti, comunque preziosi, che rispondono a bisogni concreti dei lavoratori e che vanno incoraggiati, soprattutto in questo momento storico, nel quale il costo della vita è sempre più difficile da sostenere.
Proprio perché al centro di questi interventi vi è la persona, la responsabilità dell’impresa non può però esaurirsi nelle prestazioni erogate, ma riguarda anche il modo in cui viene organizzata l’attività quotidiana e la possibilità, per ciascuno, di sentirsi rispettato, esprimere le proprie capacità e costruire il proprio futuro.
Occuparsi di benessere significa dunque interrogarsi sulle condizioni che rendono il lavoro un’occasione di realizzazione personale e consentono a chi lo svolge di contribuire a quel «progresso materiale o spirituale della società» richiamato dall’articolo 4 della Costituzione.
Il benessere oltre le prestazioni aziendali
Secondo il IX Rapporto Censis-Eudaimon sul welfare aziendale, il 51,1% dei dipendenti preferirebbe un’azienda di cui condivide i valori a uno stipendio più alto, mentre il 44,7% degli occupati considera il proprio lavoro un obbligo più che una vocazione. Nell’VIII Rapporto, l’83,4% dei dipendenti ritiene che l’attività lavorativa debba contribuire a un benessere insieme psicologico, mentale, fisico e relazionale, e il 63,5% pensa che l’impresa possa concorrervi. Queste valutazioni interessano chiunque abbia la responsabilità di organizzare il lavoro altrui, perché riguardano le aspettative con cui le persone partecipano alla vita aziendale.
Alle attese si accompagnano esperienze di disagio, tanto che una delle rilevazioni più recenti del Rapporto sopra menzionato indica che il 68,3% degli occupati avverte una stanchezza insieme psichica, fisica ed emotiva. In ambito internazionale, il Global Work Wellbeing Report 2024 di Indeed rileva che il 78% dei lavoratori intervistati in diversi Paesi non raggiunge una condizione di pieno benessere, valutata attraverso felicità, soddisfazione, senso di scopo e bassi livelli di stress. Pur riferendosi a contesti e aspetti differenti, questi dati aiutano a comprendere quanto sia necessario considerare l’esperienza lavorativa al di là delle prestazioni di welfare.
Chi lavora porta con sé responsabilità familiari, preoccupazioni, emozioni e aspirazioni che non si interrompono all’ingresso in azienda, perché un problema di salute, un genitore anziano da assistere o la nascita di un figlio incidono sulla quotidianità anche quando non diventano oggetto di una richiesta esplicita.
Riconoscere queste esigenze significa considerare la persona nella sua interezza, senza ridurla alla funzione che svolge, ed è questa la prospettiva adottata dal nostro Centro Studi e Ricerche della CONAPI Nazionale, costituito nel 2024. Parliamo di benessere integrale per considerare insieme la serenità psicofisica, la crescita economica e professionale e la qualità delle relazioni, nella convinzione che siano aspetti della medesima esperienza umana e non ambiti indipendenti.
Le piccole imprese alla prova del benessere integrale
Da tale impostazione nasce la prima edizione del Rapporto sul Benessere integrale dei lavoratori nelle micro e piccole imprese, presentato lo scorso 22 ottobre a Milano, al Wellbeing Happiness Forum. Il suo contributo consiste nell’approfondire la sensibilità e le pratiche delle realtà di minori dimensioni, spesso meno considerate nel dibattito sul benessere aziendale, attraverso le valutazioni di chi le guida e partecipa alle decisioni organizzative. L’attenzione riguarda anche la condizione dell’imprenditore, che assume responsabilità verso gli altri e vive a sua volta esigenze personali e difficoltà.
La ricerca ha registrato l’apertura e l’avvio della compilazione da parte di 1.443 imprese, raccogliendo 283 risposte valide, pari al 19,6%, fornite prevalentemente da titolari e imprenditori. Pur senza rappresentare statisticamente l’intero sistema produttivo italiano, le loro valutazioni descrivono un’attenzione alla persona che non sempre trova continuità nelle scelte organizzative, dal momento che il 32,4% riferisce pratiche informali prive di una visione strutturata e il 29,7% non ha ancora sviluppato un approccio specifico.
Come Centro Studi di un’organizzazione datoriale siamo chiamati a riflettere anche sul contenuto del nostro confronto con le imprese, nel quale si discute spesso di welfare, sanità integrativa e premialità. Quale spazio riserviamo, invece, all’empatia, alle emozioni, alla felicità e alle virtù, a cominciare proprio dai luoghi di lavoro? Sono aspetti che riguardano il modo di esercitare le responsabilità, di ascoltare le difficoltà altrui e di prendere decisioni rispettose della dignità di ciascuno.
Per approfondire questa concezione del rapporto di lavoro abbiamo chiesto quale valore venga riconosciuto al lavoratore. Il 31,7% dei rispondenti lo considera una persona che porta valore e merita rispetto, il 24,5% un collaboratore da motivare e trattenere, il 20,1% una persona portatrice di dignità, diritti e progetto di vita e il 15,8% parte integrante di una comunità. Sono concezioni dichiarate, che consentono di conoscere gli aspetti ai quali i partecipanti attribuiscono maggiore rilievo, senza dimostrare come trovino attuazione o siano vissuti dai dipendenti.
La dignità della persona al centro dell’impresa
I benefit trovano dunque il proprio significato entro una responsabilità più ampia, perché ascoltare le esigenze delle persone aiuta a individuare servizi appropriati, ma richiede anche disponibilità a rivedere tempi, carichi e modalità di partecipazione. Un’impresa che si riconosce come comunità può dare concretezza a questa attenzione, senza presumere che la vicinanza quotidiana (comune soprattutto nelle micro realtà o in quelle a gestione familiare) sia di per sé sufficiente a garantire buone condizioni di benessere integrale.
La produttività può trarre vantaggio da un ambiente nel quale ciascuno si sente considerato, ma non dovrebbe diventare la ragione esclusiva per prendersene cura. Il richiamo di Giorgio La Pira alla capacità della persona di elevarsi e perfezionarsi per mezzo del lavoro restituisce il senso di questo impegno, perché anche dalle scelte di un’organizzazione dipende la possibilità di favorire, oppure ostacolare, la crescita umana di chi ne fa parte. È in questa responsabilità che il welfare può contribuire al benessere integrale, senza esaurirlo.
Antonio Zizza, Direttore Scientifico del Centro Studi e Ricerche CONAPI Nazionale e Curatore del Rapporto sul benessere integrale nelle micro e piccole imprese.
Il Rapporto è disponibile gratuitamente per la lettura e il download:

