Consensi che tengono, problemi che restano
I sondaggi continuano a premiare Giorgia Meloni e il suo partito a dispetto di una situazione economica complessiva del Paese non entusiasmante, soprattutto dal lato del reddito dei giovani e del ceto medio nonché ovviamente da quello degli oltre 5 milioni di individui ormai stabilmente in condizioni di povertà. E nonostante un’attività di governo che, nella sostanza dei provvedimenti, ha in questi tre anni privilegiato l’aspetto securitario senza affrontare, per il resto, nessuno dei problemi di fondo che bloccano la crescita dell’Italia.
La Presidente del Consiglio ha però costantemente mantenuto un buon livello di gradimento in virtù di un’abile condotta della sua politica estera ed europea, in ciò coadiuvata dal serafico Ministro degli Esteri e al contrario disturbata – ma nulla di più – dall’altro vice-premier, quello alla ricerca di un suo personale tocco magico che non ha più e mai più ritornerà.
La doppia faccia della leadership
A tal fine hanno giovato, indubbiamente, la sua buona conoscenza della lingua inglese e una qual certa grazia nella sua interlocuzione con i suoi colleghi esteri. Ci sa fare, insomma.
La faccia scura, l’eloquio da militante periferica, la dura polemica contro i suoi avversari li riserva allo scontro interno, a evidenti fini elettorali onde conservare il suo tratto distintivo di combattente della Destra e preservare così il suo territorio d’elezione.
Da euroscettica a europeista funzionale
Ma soprattutto il suo successo come rappresentante dell’Italia fuori dai suoi confini – rafforzato con una serie invero nutrita di viaggi e appuntamenti internazionali – deriva dalla intelligenza politica con la quale ha saputo inserirsi in un contesto europeista che aveva sempre attaccato con dure parole e populistici slogan quando occupava in Parlamento i banchi dell’opposizione.
Tramutandosi così in una europeista moderata, attenta agli interessi e ai valori della propria “nazione”, indisponibile a un’Europa ancora più unita (rimanendo ostile al superamento della regola del voto all’unanimità) ma convinta assertrice di una politica europea unitaria nella difesa di territori e confini, dimostrata col sostegno mai negato all’Ucraina.
Il rapporto con Washington
Al tempo stesso ha assicurato la tradizionale politica di buone relazioni con gli Stati Uniti, anche quando guidati da un Presidente non conservatore. Il paterno e affettuoso bacio sulla nuca che le diede Joe Biden fu il suggello di questa sua accorta conduzione politica.
Poi è arrivato Donald Trump. E sono cominciati i guai. Ha inevitabilmente gioito per quel cambiamento a Washington. Plasticamente illustrato dalla sua presenza alla cerimonia di insediamento del nuovo Presidente. E dai suoi successivi incontri col funambolico inquilino della Casa Bianca. Ma Trump è uno ingombrante. Aggressivo. Iroso. Devi stare con lui sempre, devi blandirlo, devi dargli sempre ragione.
L’equilibrio impossibile del “ponte”
Giorgia si è così dovuta acconciare ad una condizione ufficialmente felice – amica del Presidente americano, a lui vicina ideologicamente, sua ascoltata alleata in grado di esercitare una sufficiente influenza utile per occupare un ruolo in commedia, quello di “ponte” fra UE e USA – ma in realtà assai complicata.
Perché il rischio del deragliamento è sempre dietro l’angolo. E infatti, puntualmente, è arrivato.
Dazi, Groenlandia e Gaza: la sequenza critica
Pensava che la gestione dei dazi sarebbe stata la prova più dura e che in qualche modo l’avesse superata, avendo sostenuto Ursula von der Leyen nella sottoscrizione di un accordo al ribasso con Trump, e al contempo mantenendo sondaggi a lei ancora favorevoli (e per contro non entusiasmanti né per l’opposizione esterna della Sinistra né per quella interna di Matteo Salvini, sdraiato su Trump oltre che su Putin).
E invece la prova più dura doveva ancora arrivare, e si è manifestata con una incredibile serie di eventi avvenuti in pochi giorni all’avvio del nuovo anno.
Minneapolis e l’ombra dell’antiamericanismo
Schivato il Venezuela, sostenendo la liceità del raid americano a Caracas, non ha potuto evitare la Groenlandia. Troppo evidente l’azzardo antieuropeo di Trump, impossibile far finta di nulla.
E dopo è scoppiata la vicenda di Minneapolis. E qui la nostra premier ha cominciato a preoccuparsi. Perché l’indignazione per quanto sta avvenendo negli Stati Uniti travalica gli schieramenti, e pure nel suo partito riemerge, cautamente, il vecchio e mai completamente superato antiamericanismo, figlio di un’altra epoca che alcuni vecchi e nuovi nostalgici non hanno mai dimenticato.
Un rischio per la premier, uno spiraglio per l’opposizione
Ed allora nel segreto dei suoi pensieri Giorgia starà cominciando a pensare che Donald potrebbe indebolirla, se va avanti così. Traslando su di lei l’indignazione che ormai tre italiani su quattro nutrono per il vanitoso e insopportabile Presidente USA. Una impopolarità che potrebbe realmente azzoppare Giorgia.
C’è dunque uno spiraglio che può trasformarsi in un varco per affrontare e sconfiggere la Premier. Se solo ci fosse un’opposizione senza contraddizioni. Europeista senza retaggi ideologici. Pronta a governare e non solo a scendere in piazza. È tempo di lavorarci.
