Home GiornaleIsraele, accordo post elettorale per isolare la destra?

Israele, accordo post elettorale per isolare la destra?

Washington esplora un’intesa tra Netanyahu ed Eisenkot per escludere gli estremisti dal governo. Ma l’operazione, anziché segnare una svolta, potrebbe salvare il premier uscente.

Le manovre di Washington

Le elezioni israeliane di oggi, 27 ottobre, potrebbero aprire uno scenario inatteso: un governo di unità nazionale tra Benjamin Netanyahu e Gadi Eisenkot, leader centrista di Yashar, con l’esclusione dell’estrema destra.

Secondo il Washington Post, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump stanno esplorando questa possibilità. Netanyahu avrebbe manifestato disponibilità a liberarsi dell’ingombrante alleanza con Itamar Ben Gvir, ministro della Sicurezza nazionale.

L’operazione consentirebbe al premier di conservare il potere, sostituendo una coalizione fragile con una maggioranza più ampia e rassicurante per Washington. Ma senza necessariamente modificare la politica israeliana sulla guerra e sui territori palestinesi.

I numeri e il dilemma di Eisenkot

I sondaggi delineano una Knesset senza maggioranze precostituite. Yashar potrebbe conquistare 22 seggi, contro i 20 del Likud. Nessuno schieramento raggiungerebbe autonomamente i 61 parlamentari necessari per governare.

Eisenkot potrebbe cercare una maggioranza alternativa con il sostegno delle formazioni arabe, ma alcuni alleati, a cominciare da Avigdor Liberman, respingono questa prospettiva.

Il problema è soprattutto politico. Eisenkot ha escluso accordi con Netanyahu, accusandolo di responsabilità per il disastro del 7 ottobre 2023. Pesa inoltre il precedente di Benny Gantz, che nel 2020 accettò un governo di rotazione senza diventare primo ministro.

Un’intesa richiederebbe dunque garanzie vincolanti sulla guida dell’esecutivo e sul programma. Altrimenti Eisenkot rischierebbe di legittimare il suo principale avversario, tradendo le aspettative degli elettori.

Trump e il prezzo della stabilità

Trump ha sostenuto Netanyahu durante la campagna elettorale. Eppure Washington potrebbe considerare conveniente una coalizione meno dipendente dagli estremisti, capace di ridurre le tensioni internazionali.

La contraddizione resta evidente: Netanyahu si propone come interlocutore privilegiato degli Stati Uniti anche nell’eventualità di una nuova guerra contro l’Iran. Trump potrebbe dunque privilegiare la continuità strategica rispetto a un’autentica svolta politica.

Una svolta o un espediente?

L’esclusione di Ben Gvir rappresenterebbe una sconfitta per la destra radicale, privata dei ministeri e della capacità di condizionare direttamente il governo. Ma potrebbe anche rafforzarla elettoralmente, consentendole di denunciare il cedimento di Netanyahu al centro.

La questione decisiva riguarda la sostanza dell’accordo. Senza un cambiamento sulla guerra, sul futuro di Gaza e sui rapporti con i palestinesi, l’unità nazionale rischierebbe di essere soltanto un cambio di alleati.

La destra estremista uscirebbe dal governo, ma non necessariamente dalla sua agenda. E Netanyahu, anziché essere superato, potrebbe risultare il principale beneficiario dell’operazione.