Due piazze, due idee di Israele
Tel Aviv, piazza Habima. Sabato sera, poche centinaia di persone, slogan gridati e cartelli contro i partiti arabi. «Elezioni rubate», denunciano i sostenitori di Benjamin Netanyahu, contestando un risultato elettorale che ha privato il premier della maggioranza parlamentare.
Alcuni giovani scandiscono slogan apertamente razzisti. Si invoca uno Stato ebraico nel quale gli arabi non possano condizionare la formazione del governo. Non è una manifestazione imponente, ma il suo significato politico supera largamente il numero dei partecipanti.
Poco prima, nella stessa piazza, circa cinquecento manifestanti avevano chiesto un governo fondato sulla collaborazione tra ebrei e arabi. «No al razzismo, sì alla collaborazione», il loro messaggio. Due piazze, dunque, e due concezioni profondamente diverse della democrazia israeliana.
Il voto che cambia gli equilibri
Le elezioni di martedì hanno assegnato 53 seggi al blocco di Netanyahu, 48 all’opposizione e 19 alle formazioni arabe, Ra’am e Lista Comune. Nessuno dispone dei 61 parlamentari necessari per governare.
Proprio il successo delle liste arabe, mai così rappresentate alla Knesset, ha acceso la polemica. Il loro eventuale sostegno a un governo alternativo viene presentato dalla destra radicale come un tradimento dell’identità nazionale.
Il viceministro Almog Cohen, passato dal partito ultranazionalista di Itamar Ben Gvir al Likud, promette che non sarà consentito a nessuno di «rubare le elezioni». Parole pesanti, pronunciate mentre la Commissione elettorale centrale ha respinto le accuse di brogli sistematici.
Una questione democratica
La difficoltà non riguarda soltanto Netanyahu. Anche nell’opposizione prevalgono resistenze a un’intesa con i partiti arabi. Eppure, senza quei 19 seggi, appare assai difficile costruire una maggioranza alternativa.
È qui che la crisi politica assume una dimensione più inquietante. I cittadini arabi israeliani partecipano alle elezioni, eleggono i propri rappresentanti, ma una parte della politica ne contesta la piena legittimità a concorrere alle scelte di governo.
Israele si trova così davanti a una questione che precede qualsiasi accordo parlamentare: come conciliare il carattere ebraico dello Stato con l’uguaglianza politica dei suoi cittadini?
La risposta non può essere affidata agli slogan di piazza. Ma neppure rinviata indefinitamente. Perché quando il voto di una minoranza viene descritto come un furto, a essere esposta al rischio non è soltanto una possibile maggioranza. È la fiducia nelle regole della democrazia.

