di Gianfranco Poma e Walter Minella
Il documento della Commissione Teologica Internazionale, Prendersi cura della nostra casa comune. Risposta responsabile e fraterna al Dio trinitario, pubblicato il 2 settembre 2026 con l’autorizzazione di papa Leone XIV e reperibile in rete, è un testo a nostro parere assai importante.
Ci piacerebbe che venisse largamente discusso e proposto alla più vasta attenzione del mondo cattolico – a cominciare, per esempio, dalle omelie domenicali dei parroci. Sarebbe un modo per rendere consapevoli i fedeli non solo della drammaticità della situazione globale in cui viviamo, ma anche delle alternative possibili, proposte dalla Chiesa cattolica (oltre che da altri movimenti religiosi ed ecologisti nel mondo).
Dalla percezione della crisi alla coscienza delle sue cause
Si tratta di passare da una percezione confusa a una chiara coscienza. Infatti ciascuno di noi avverte, più o meno consapevolmente, la gravità della situazione indotta dal cambiamento climatico.
Si pensi solo alle ondate di calore che quest’anno si sono abbattute sull’Europa in modo anomalo rispetto al passato e che, ci dicono gli scienziati, si ripresenteranno negli anni futuri in modo sempre più violento; allo scioglimento dei ghiacciai; all’innalzamento della temperatura dei mari, sempre più inquinati; al consumo crescente delle foreste, il polmone verde del mondo…
Quello che generalmente manca è la consapevolezza delle radici sociali e culturali di questo deterioramento. A questo proposito si verifica un enorme divario tra la scienza, da una parte, e la coscienza collettiva, dall’altra: mentre la stragrande maggioranza degli scienziati è consapevole che queste devastazioni ambientali, costantemente crescenti, sono imputabili al tipo di sviluppo che l’umanità ha imboccato negli ultimi decenni, il collegamento tra degrado ambientale, cambiamento climatico e tipo malato di sviluppo economico è precisamente ciò che manca nella coscienza collettiva.
Anche perché ci sono forze potenti che muovono nella direzione di quella che, in termini psicoanalitici, si chiamerebbe rimozione.
Essa avviene in due modi: nella forma “morbida”, di un allontanamento dalla coscienza della questione (divertiamoci! Facciamo i fatti nostri! Parliamo d’altro – curiosità, chiacchiera ed equivoco, avrebbe detto Heidegger), oppure nella forma “dura”, di una negazione dei fatti accertati dalla stragrande maggioranza degli scienziati.
Quello che è oggi l’uomo più potente del mondo, Donald Trump, dichiara, dall’alto della sua colossale ignoranza, che la stragrande maggioranza degli scienziati si sbaglia. «Drill, baby, drill» (trivella, tesoro, trivella), procedi nella distruzione dell’ambiente naturale: questo è uno dei suoi slogan preferiti.
Contro questa ignoranza di massa, comunque motivata, è così importante un documento come questo, che proclama a gran voce: no, la devastazione crescente del mondo esiste, con implicazioni drammatiche e crescenti sulla vita di ciascuno di noi, ma non è un processo puramente naturale, e dunque inevitabile.
Né è il volere di un Dio irato, che andrebbe placato con le preghiere. No, la colpa è dell’essere umano, della sua (in)cultura, della sua avidità.
È il risultato di un peccato sociale, riconducibile alle strutture di peccato dominanti oggi nel mondo.
Il peccato ecologico e il messaggio della Laudato si’
È quindi il prodotto di una deviazione dell’uomo dai sentieri proposti da Dio alla creatività umana, e lasciati alla sua libertà (affascinanti le pagine dedicate alla ricostruzione di questo progetto originario – dall’analisi dei passi della Bibbia ebraica alle citazioni dei Padri e delle Madri della Chiesa cristiana, tra Occidente e Oriente).
Non si può naturalmente esaurire in una semplice segnalazione la ricchezza di questo documento (ricordiamo in particolare i passi su «La creazione: opera del Dio trinitario» e «Sull’impronta trinitaria nella creazione», §§ 2.1-2.5).
In generale, si può dire che questo documento può essere inteso come un commento o un’integrazione rispetto all’enciclica di papa Francesco, Laudato si’, con particolare riguardo alla sua, parzialmente mancata, recezione nel corpo della Chiesa cattolica.
A proposito della formula geniale coniata da papa Francesco di «peccato ecologico», il documento afferma, con una litote: «senza che questa formula sia arrivata ad affermarsi pienamente nell’ambito della Chiesa cattolica» (§ 94).
Basti qui solo ricordare una categoria, che è presa dall’enciclica papale, che a prima vista può apparire strana o difficile: il «paradigma tecnocratico».
Che cosa significa questa definizione?
Significa che il modello di sviluppo affidato alla tecnologia, se si sgancia dal controllo dell’umanità profonda, globale, dell’essere umano, non può che produrre devastazioni illimitate (questo tema sarà ripreso e sviluppato dalla bellissima prima enciclica di Leone XIV, Magnifica humanitas).
Il paradigma tecnocratico e la civiltà del profitto
La logica sottostante al paradigma tecnocratico (che è diverso dalla semplice utilizzazione della tecnologia, che può essere molto benefica) è più o meno questa: se posso tecnicamente fare qualcosa, perché non farla? Se mi è utile, se mi dà vantaggio, se mi procura un profitto, se è un mio interesse, che mi importa degli altri?
Come abbiamo mostrato nella nostra ricerca su L’ecologia integrale di papa Francesco (Morcelliana, 2024), il paradigma tecnocratico è naturalmente legato al paradigma finanziario, analizzato da papa Francesco, che dall’economia trabocca nella società, nella cultura e nella psicologia di massa.
Il senso ultimo di questo paradigma può essere riassunto così: l’unico valore è il denaro, il profitto, i soldi; più ne hai, comunque li abbia acquisiti, più vali – insomma il modello Trump (condannato per frode finanziaria).
E quindi il «paradigma tecnocratico» e il «paradigma finanziario» confluiscono in un più generale «paradigma antropologico» (qual è il modello di uomo-donna ideale? Naturalmente sono i ricchi, i potenti, i divi…).
Come si intuisce, questo modello (anti)culturale, prevalente nel nostro tempo, costituisce l’esatta antitesi del modello cristiano, e più in genere religioso, di civiltà.
Uno dei pregi di questo documento consiste nel fatto che, pur nella legittima accentuazione del paradigma teologico e antropologico cristiano, valorizza anche i semi di sapienza presenti nelle altre grandi religioni mondiali.
Altro pregio è il rispetto verso la scienza, intesa come interlocutrice necessaria, sia pure con propri statuti epistemologici e peculiari codici espressivi, del pensiero teologico.
La prefazione del testo inizia con una citazione di uno dei più grandi mistici della storia del cristianesimo, Giovanni della Croce:
Mille grazie riversando
passò frettolosamente per questi boschetti
e, guardandoli,
solo con la sua figura
li ha lasciati vestiti di bellezza.
(Cantico spirituale)
Rispondeva Dostoevskij nell’Idiota (i geni si parlano attraverso i secoli): la bellezza salverà il mondo.
Articolo pubblicato originariamente su “Adista Segni Nuovi”, n. 33 del 3 ottobre 2026.
Titolo originale: «Commissione Teologica Internazionale. Prendersi cura del creato».
Il testo, qui riproposto per gentile concessione degli autori, riporta titolo abstract e titoletti a cura della redazione del Domani d’Italia.

