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sabato, 31 Gennaio, 2026
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La Dc, D’Alema e la sinistra italiana

La riflessione di Massimo D’Alema riporta alla luce una frattura mai ricomposta nella cultura politica della sinistra: si oscilla, nel giudizio sulla Dc, tra riconoscimento storico e persistente pregiudizio ideologico.

Il giudizio che spiazza

Ora è arrivato anche Massimo D’Alema che, come noto, è realmente la testa più lucida – come si suol dire – della cultura comunista, ex o post comunista che sia. Verrebbe da dire, e senza alcuna forzatura od esaltazione fuori luogo, il vero leader politico e culturale della sinistra italiana in questi ultimi quarant’anni di vita democratica. Non a caso, e giustamente, da tempo e storicamente è soprannominato come “il leader maximo”.

La riabilitazione della Democrazia cristiana

Dicevo, però, all’inizio di questa breve riflessione, che alla fine è arrivato anche D’Alema. E cioè, parlando all’Istituto Sturzo del carteggio tra Francesco Cossiga e Giulio Andreotti, al di là degli aneddoti e dei ricordi personali, c’è stata la persino plateale riabilitazione politica della Dc e dei suoi principali leader e statisti. Certo, si parlava di Andreotti e di Cossiga ma il giudizio dell’ex (?) leader comunista e della sinistra italiana è stato sferzante, brillante ma anche preciso e dettagliato.

E cioè, sempre secondo l’ex leader comunista, la Dc era realmente un grande partito e la sua classe dirigente era fortemente rappresentativa e qualificata nel sapere declinare una vera ed efficace cultura di governo.

Una cultura di governo oggi assente

Una cultura di governo che era il frutto e la conseguenza di un progetto politico e di una visione di società che non hanno più trovato una credibile compiutezza negli anni a venire. Una cultura di governo, quindi, coerente, credibile e coraggiosa.

La vulgata persistente della sinistra

Ora, al di là delle parole e delle riflessioni di D’Alema, persiste tuttavia nella vulgata della sinistra italiana, seppur nelle sue multiformi espressioni, un giudizio pregiudiziale non solo severo ma quasi caricaturale del più grande “partito italiano” dal secondo dopoguerra in poi.

Un giudizio che si basa sostanzialmente su due aspetti. Da un lato viene ancora oggi giudicato come un partito che si è limitato a gestire solo ed esclusivamente il potere grazie ad un contesto nazionale ed internazionale bloccato che impediva l’alternanza democratica al governo del Paese.

Clientelismo, compromesso e stereotipi

Dall’altro, la sua classe dirigente continua ad essere dipinta sostanzialmente come un agglomerato che governava il Paese attraverso il ricorso sistematico alla gestione clientelare e anche ricorrendo addirittura a patti inconfessabili con settori della criminalità organizzata in alcune aree del Paese. E, soprattutto, con una perenne indole al compromesso al ribasso.

E quando si parla del “metodo” democristiano lo si interpreta unicamente come una modalità che veniva intrapresa per non assumere mai decisioni e scelte politiche nette e precise. Insomma, un partito che vinceva le elezioni per circostanze storiche e che, di fatto, esercitava il potere ricorrendo all’ordinaria amministrazione e ad una sistematica gestione clientelare.

Due giudizi inconciliabili

Ecco perché, e proprio alla luce delle sempre intelligenti e precise analisi e riflessioni di Massimo D’Alema, si tratta di capire se nel giudizio sulla Dc prevale la tesi del più raffinato e qualificato leader del mondo comunista ed ex comunista o se, al contrario, continua ad avere il sopravvento – stavo per dire l’egemonia – la vulgata della sinistra italiana.

Perché l’uno, cioè D’Alema, ne esalta oggi – e da tempo, per la verità – le gesta. Ma gli altri, invece, e cioè la quasi intera galassia della sinistra italiana, individuano ancora nello storico partito dei cattolici nient’altro che un gruppo di potere che ha esercitato per quasi cinquant’anni, appunto, solo e soltanto il potere. Due giudizi che confliggono e che non possono trovare, come ovvio, un punto d’intesa.