La destra sovranista si combatte con il rigore della politica

La politica semplificata a cui attingono i populisti non risolve i problemi bensì li accentua. Il progetto europeista è troppo spesso oscurato da venature nazionaliste anche da chi dovrebbe esserne il campione.

Perso nel suo delirio sovranista Matteo Salvini sta sospingendo la Lega nei territori aridi della Destra estrema alla ricerca di un consenso che egli vede allargarsi in tutta Europa e che immagina di poter intercettare anche qui in Italia sottraendolo a Giorgia Meloni e a una parte del sempre più marcato fenomeno astensionista. Probabilmente si illude, per una serie di ragioni: dalla vocazione storica della Lega, assai diversa, come ricorda sempre il suo fondatore Umberto Bossi, alla oggettiva difficoltà insita nell’operazione, che dovrebbe sostanzialmente sfilare voti alla premier in carica, detentrice in questa fase di potere e immagine, ma anche di un’aurea carismatica (che sia carisma vero è però ancora da dimostrare) nel mondo conservatore che non è stata ancora scalfita nonostante i numerosi errori compiuti da molti suoi colleghi di partito e di governo.

Ma non è di tutto ciò che si vuole parlare qui. Interessa piuttosto il trend nel quale Salvini desidera inserirsi. Che elezioni recenti e sondaggi frequenti stanno alimentando, all’insegna di un nazionalismo estremo i cui cardini propagandistici sono costituiti dall’antieuropeismo, dall’islamofobia, dalla lotta ai migranti e alle ONG che se ne occupano e da ultimo pure da un qual certo anti-occidentalismo venato di comprensione, quando non di vera e propria simpatia, per la Russia putiniana. Partiti con queste caratteristiche esistono in tutti i paesi dell’Unione e paiono in crescita ovunque, come si è visto da ultimo in Portogallo dopo i successi ottenuti in Slovacchia e Olanda, oltre che in Ungheria. Questi movimenti, per lo più raccolti a Strasburgo nel gruppo “Identità e Democrazia”, potrebbero conquistare alle prossime elezioni di giugno qualcosa come una novantina di seggi, con un incremento del 33% rispetto a cinque anni fa.

E se la sconfitta patita in Polonia e il non brillante risultato ottenuto in Spagna ne ha in parte attenuato la corsa, i sondaggi hanno ripreso il segno “più” subito dopo, inquietando non poco laddove confermano una presenza consolidata, come in Francia, o rilanciano un pericolo che pareva superato, come in Germania dove AfD (Alternative fur Deutschland), partito che ha accenti nazisti nella sua postura ideologica, potrebbe infrangere la barriera del 20%. È dunque in quella direzione che guarda Salvini, costringendo così Giorgia Meloni a mantenere il suo profilo double face esibito quasi quotidianamente: donna di governo all’estero, militante di destra all’interno del proprio Paese, pardon “Nazione”, come ostentatamente continua a ripetere per marcare il proprio territorio e salvaguardarlo dal tentativo – però troppo sfacciato – di invasione salviniana.

La competizione a destra fa scivolare verso quei lidi una parte del PPE, non più presidiato al centro da un gigante come Angela Merkel, ove l’ambiziosa Ursula von der Leyen pare disposta a (quasi) ogni compromesso pur di conservare il ruolo detenuto a Bruxelles. Ciò comporta da un lato un minor impegno sul fronte della lotta al cambiamento climatico e dall’altro – ancor più – un irrigidimento nelle politiche di contrasto alle migrazioni, anche attraverso costosi e dubbi accordi con gli autocrati che governano i paesi nordafricani (ultimo caso, l’Egitto). 

Perché è ancora l’immigrazione, soprattutto quella irregolare, la principale fonte di consenso alla quale si abbevera la Destra sovranista. Un fattore che pur senza la potenza raggiunta alla metà degli anni Dieci continua a destare forti preoccupazioni in frange non residuali dell’elettorato europeo. Preoccupazioni che alimentano insicurezza sociale ed economica, oltre che disagio culturale che spesso assume i contorni dell’islamofobia a fronte dell’aumento numerico dei giovani musulmani in corrispondenza della costante diminuzione di quelli cristiani, dovuto sia al crollo demografico sia al crescente laicismo sconfinante nell’ateismo. 

Le soluzioni proposte dalla Destra nazionalista (blocchi navali e quant’altro) tanto sono impraticabili per diverse ragioni anche epocali quanto sono facilmente “vendibili” a moltitudini di cittadini desiderosi di adottare soluzioni semplici e banali per risolvere problemi che essi non ritengono, come invece sono, estremamente complessi. Fra l’altro nel paradosso per cui l’economia dei paesi europei necessita di immigrati giovani per coprire quei vuoti professionali e operativi determinati dall’invecchiamento della popolazione attiva e dal calo demografico accentuatosi a partire dagli anni Novanta del secolo scorso. Ovvero, la conferma che la politica semplificata a cui attingono da sempre i populisti non risolve i problemi ma al contrario li accentua. 

Ma per convincere le masse di questo dato di verità occorre una classe politica all’altezza, convinta e convincente nel merito della propria proposta, ed è esattamente qui che si osserva la carenza maggiore del progetto europeista: troppo spesso oscurato da venature nazionaliste anche da chi dovrebbe esserne il campione. La questione, ora forse ineludibile, della difesa comune ne è il principale esempio, ancorché non l’unico. Ne parleremo.