La persona al centro
L’approccio più frequente al tema della famiglia è quello sociologico, che certamente è importante, in quanto, tra l’altro, permette di individuarne le trasformazioni con cui occorre misurarsi. Ma — ecco il punto spesso trascurato — occorre tenere presente che la famiglia è essenzialmente una comunità “personocentrica”, nel senso che è la prima comunità nella quale la persona si trova a vivere: con la consapevolezza di tale peculiarità vanno affrontate le res novae della famiglia.
Quindi, pur nella diversità delle odierne configurazioni, essa rimane prima di tutto una comunità di persone, nella quale ogni persona trova accoglienza nella sua specificità individuale e nel suo sviluppo originale. Con ciò voglio dire che, senza far torto alla dimensione sociale, economica e politica della famiglia, è essenziale muovere dall’idea di persona e dalle concrete persone che la costituiscono.
Al riguardo può servire una definizione che della “persona” ha dato il filosofo Jacques Maritain: “bisogno di avere e di dare”, per dire che le sono costitutivi il bisogno di ricevere e il bisogno di donare. Ciò significa che relazionalità e individualità sono costitutive della persona e nella famiglia trovano originale traduzione.
Un dono e un compito
Questa connotazione porta a dire che la categoria qualificante della famiglia è l’amore: essa è “comunità d’amore”. In tale ottica Leone XIV la caratterizza per un duplice aspetto: è un dono, perché gratuitamente godiamo dell’amore familiare nelle sue diverse versioni — coniugale, genitoriale, filiale, fraterna, parentale —; è un compito, perché richiede l’adempimento di doveri da svolgere con gratuità e generosità.
In occasione del Giubileo delle famiglie, papa Leone ha caratterizzato la famiglia come «segno di pace per tutti, nella società e nel mondo», volta a realizzare una comunione fondata sull’amore. La famiglia allora è il luogo privilegiato per vivere «un legame libero e liberante di umanità e di cura vicendevole». Queste parole racchiudono nel modo più semplice e preciso il senso della famiglia, la quale per sua struttura coniuga insieme legami e libertà, cura e reciprocità.
Sarebbe troppo facile ricordare antichi modi di dire che parlano di “fratelli coltelli” e di “parenti serpenti”, che certamente trovano riscontro nella realtà, ma che costituiscono dei tradimenti del senso della famiglia. Occorre conoscere questi pericoli per evitarli, non per diventare pessimisti nei confronti della famiglia, la quale — ha detto papa Prevost in un’udienza al corpo diplomatico — è una «società piccola, ma vera, anteriore a ogni civile società».
Pertanto c’è bisogno di maneggiare con cura il gioiello che è la famiglia, rispettandone alcune condizioni di esercizio che riassumerei nelle tre effe di fiducia, fedeltà e fecondità.
In altra occasione, nella visita in Spagna, Leone XIV ha affermato che «la famiglia sarà sempre la prima scuola di umanità, dove si apprende, prima che in qualsiasi altro luogo, la grammatica elementare della convivenza: accogliere la vita, prendersi cura dell’altro, perdonare, servire e sentirsi parte di qualcosa».
In ascolto delle fragilità
Quanto accennato fa ovviamente riferimento alla famiglia in senso naturale e cristiano, mentre della complessità delle famiglie nell’odierna società Leone XIV ha deciso di occuparsi in un incontro con i presidenti delle Conferenze episcopali di tutto il mondo per il decennale di Amoris laetitia, l’esortazione postsinodale di papa Francesco che, fin dal suo apparire, ha suscitato un vasto interesse nella società contemporanea e nel mondo cattolico.
A dieci anni di distanza, questo incontro, aperto in Vaticano per durare una settimana (dal 7 al 14 ottobre), permetterà di capire quale atteggiamento la Chiesa può tenere di fronte alle res novae della famiglia e come coniugare nova et vetera.
In apertura dell’incontro, papa Prevost ha posto una serie di interrogativi a indicare l’atteggiamento che dovrebbe essere assunto: mettersi in ascolto per un verso e alla ricerca per l’altro, nella consapevolezza delle situazioni di fragilità. La sfida non è solo quella di «interpretare queste realtà, ma di lasciare che esse ci interpellino e stimolino la nostra responsabilità pastorale».
Nella meditazione d’apertura suor Helen Alford, presidente della Pontificia Accademia delle Scienze Sociali, ha evidenziato il senso dell’«annuncio del Vangelo della famiglia e alla famiglia», perché la famiglia «non solo annuncia attivamente il Vangelo ma ha anche bisogno di ricevere tale annuncio».
Riscoprire la bellezza dei legami
In tale ottica, due questioni vorrei segnalare. In primo luogo, il nesso tra persona e famiglia, in quanto, se la famiglia perde il senso della persona, si snatura inevitabilmente. Dunque la dimensione personocentrica dovrebbe costituire il criterio di valutazione delle novità della famiglia.
In secondo luogo, il nesso tra bellezza e famiglia: un rapporto trascurato, mentre, se non è edulcorato, costituisce il presupposto di un valido approccio alla famiglia che vale per tutti, ma specialmente per i giovani, i quali della bellezza sono affamati e la cercano, ma trascurando la famiglia.
Eppure è difficile innamorarsi di qualcosa se non se ne vede la bellezza. Per questo è auspicabile — ha detto Leone XIV — che la Chiesa sappia mettere in luce «la bellezza del piano di Dio per il matrimonio e la famiglia e la sua chiamata all’amore e alla tenerezza».
La famiglia è il «primo ambiente — ha scritto in Magnifica humanitas (n. 165) — in cui ognuno sviluppa le proprie potenzialità, prende coscienza della propria dignità e impara le prime forme di verità e di bontà, interiorizzando abitudini che preparano alla vita sociale».

