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La lezione di Giovanni Papini e il referendum sulla giustizia

Tra aforismi corrosivi e responsabilità civica, il confronto sul voto interroga la maturità democratica e la capacità dei cittadini di informarsi oltre gli schieramenti.

Il dibattito e le verità di comodo

I toni del dibattito sul prossimo referendum in tema di giustizia si scaldano e si attenuano a seconda delle giornate e forse delle condizioni del tempo, piovose o di sole. Ciascuno tira la giacca verso il proprio convincimento, professando solo le verità che tornano comode e omettendo quelle spinose a favore della controparte. Del resto Giovanni Papini, in un suo aforisma, commentava asciuttamente che «Ci son di quelli che non dicon nulla ma lo dicon bene − ce n’è altri che dicon molto ma lo dicon male. I peggio son quelli che non dicon nulla e lo dicon male».

È fatale che sia così ed è per questo che, per una volta, il popolo farebbe bene a uscire dalla pigrizia di cui è imbevuto e a darsi da fare per informarsi. Il proprio voto ha, malgrado tutto, ancora la dignità di un peso, un valore pur minimo che non può dismettersi e che va recuperato. La sfiducia verso il sistema è per alcuni aspetti comprensibile, ma chiamarsi fuori dalla mischia non aiuta la barca a galleggiare. Del resto, come sentenzia Umberto Galimberti, «c’è un mucchio di gente che vive a propria insaputa» e sarebbe il caso almeno per una volta di smentirlo.

La folla, le istituzioni e l’“accozzaglia”

Già in passato Papini traduceva aspramente il senso di sconforto verso questa o quella istituzione e verso una società disincantata e inaridita:

«Prendete un branco d’uomini, di qualunque specie siano, scelti a caso. Se applaudiscono un discorso o un’accademia sono “il rispettabile pubblico”; se fanno delle mediocri o cattive leggi si chiamano “Parlamento Nazionale”; se assaltano un palazzo o un regime sono “la plebe scamiciata”; se fischiano le tragedie di un poeta sono la “gran bestia”; se vanno a batter le mani sotto le finestre di un re o di un ministro sono la “nobile moltitudine plaudente” — e son sempre gli stessi uomini colla stessa faccia e la stessa anima. L’Omo Salvatico, per risparmiar tempo, li chiama sempre, qualunque cosa dicano o facciano, “accozzaglia”.»

Ancora, dava un giudizio sprezzante della società in cui dimorava:

«In principio erano i mezzomini, cioè mezze bestie che però, con l’andar del tempo, diventarono, almeno in parte, grandi uomini, cioè eroi. Nei tempi moderni sono spariti via via i gentiluomini, i valentuomini, i galantuomini, e finalmente son quasi scomparsi perfino gli uomini. Ora son rimasti sulla scena i sottomini che stanno fantasticando intorno ai superuomini.»

Verrebbe oggi da guardarsi più che mai dalla tentazione di cadere nella retropia, quella che secondo Bauman è la tendenza contemporanea a cercare rifugio in un passato idealizzato a causa della sfiducia in un futuro dal quale, se possibile, ci si vorrebbe liberare.

Fronti incrociati e armistizi provvisori

Il referendum ha scompigliato le carte, per cui una parte di quelli di un fronte sta con gli avversari e viceversa. Ciò per cui, secondo il poeta autore di una celebre Storia di Cristo, «gli amici non sono altro che nemici con i quali abbiamo concluso un armistizio non sempre onestamente rispettato».

A rimedio della sua censura, ipotizza però che se «in ogni amico v’è un nemico che sonnecchia, non potrebbe darsi che in ogni nemico vi sia un amico che aspetta la sua ora?» Tutto dunque, dopo il voto, potrebbe ricomporsi; tutto potrebbe costituire un’opportunità di emancipazione per la nostra troppo fragile attuale democrazia.

Dopo la baruffa: la prova della maturità

Il grande commentatore sportivo Rino Tommasi diceva che i pronostici li sbaglia solo chi li fa ed è quindi bene non azzardarsi in previsioni. Così via continuando, al termine della baruffa, con la saggezza di Kipling dovremmo essere in grado di saper trattare la vittoria e la sconfitta come due impostori e recuperare un’armonia che al momento appare inverosimile.

Forse non sarà così, perché tutti troppo affascinati dalle parole di Emily Brontë, per cui «solo gli inquieti sanno come sopravvivere alla tempesta e non poter vivere senza».