OpenAI rilancia la sfida sull’intelligenza artificiale. Al DevDay di San Francisco, Sam Altman ha presentato Dots, il nuovo agente personale destinato a competere direttamente con Muse di Meta. Ma dietro la consueta battaglia tra giganti tecnologici c’è qualcosa di più interessante: sta cambiando il rapporto tra l’uomo e l’AI.
Non bisogna più chiedere tutto
Finora abbiamo conosciuto soprattutto un’intelligenza artificiale “a domanda”: scriviamo una richiesta e ChatGPT risponde. Dots introduce invece il principio dell’agente persistente, capace di continuare a lavorare, collegarsi agli strumenti autorizzati dall’utente e portare avanti compiti articolati. Può seguire un progetto, aggiornare documenti, raccogliere informazioni e preparare ciò che serve per il lavoro successivo.
Altman ne ha dato un’immagine efficace: durante la notte l’agente può esaminare ciò che è arrivato e, al mattino, presentare le questioni urgenti. Il vantaggio potenziale è evidente. L’AI non sostituisce necessariamente la decisione umana: può liberarla da una parte del lavoro preliminare, dalla ricerca dispersiva e dalle operazioni ripetitive.
E soprattutto può progressivamente comprendere come una persona preferisce lavorare e su che cosa desidera concentrare la propria attenzione. Qui sta forse la novità più importante: dall’assistente generico si passa a uno strumento che accumula contesto e accompagna nel tempo il lavoro.
Nel frattempo Donald Trump ha deciso di intervenire perfino sul vocabolario. Dopo averlo annunciato il 22 settembre all’Assemblea generale dell’ONU, ieri ha formalizzato per l’amministrazione americana il passaggio da “Artificial Intelligence” a “Super Intelligence”, perché a suo giudizio la parola “artificial” farebbe pensare a qualcosa di finto. È una singolare e sostanzialmente inutile manipolazione del lessico corrente: cambiare il nome non cambia la natura della tecnologia. Anzi, rischia di creare confusione, perché “superintelligenza” possiede già nel dibattito scientifico un significato preciso e ben più impegnativo: indica, in prospettiva, sistemi capaci di oltrepassare largamente le capacità cognitive umane.
Più tempo per ciò che conta
Al di là delle dispute nominalistiche, è questa la promessa più convincente di Dots. Nell’economia digitale una risorsa sempre più scarsa non è infatti l’informazione, ma l’attenzione. Email, messaggi, documenti, riunioni e notifiche occupano una parte crescente della giornata.
Se l’agente riuscirà davvero a distinguere ciò che conta da ciò che può attendere, l’intelligenza artificiale potrà diventare una sorta di filtro intelligente tra la persona e il rumore digitale. Non semplicemente una macchina che produce più velocemente, dunque, ma uno strumento che restituisce tempo.
Il passaggio è tutt’altro che secondario. La prima stagione dell’AI generativa ci ha stupiti perché una macchina era capace di conversare, scrivere, tradurre, riassumere, analizzare. La seconda potrebbe essere caratterizzata dalla capacità di prendere in carico un obiettivo, scomporlo in operazioni e portarle avanti senza attendere continuamente nuove istruzioni.
Naturalmente una simile evoluzione richiede regole chiare sulle autorizzazioni, sulla sicurezza, sulla riservatezza dei dati e soprattutto sul controllo delle azioni compiute dall’agente. Più aumenta l’autonomia della macchina, più deve essere inequivocabile la responsabilità dell’uomo che ne stabilisce obiettivi e confini.
Da ChatGPT a un ambiente di lavoro
Il disegno complessivo di OpenAI emerge anche dalle altre novità presentate a San Francisco: ChatGPT Space, ambiente nel quale persone e agenti possono collaborare sui medesimi progetti, e una versione aggiornata di Sol. Dots si inserisce quindi in una trasformazione più ampia: ChatGPT tende a diventare non soltanto un interlocutore, ma un vero ambiente operativo.
I numeri spiegano perché questa trasformazione meriti attenzione: OpenAI ha annunciato oltre 1,2 miliardi di utenti settimanali di ChatGPT, contro il miliardo indicato nei mesi scorsi. Una dimensione che fa dell’evoluzione di questi strumenti non più una vicenda riservata agli specialisti, ma un fenomeno sociale ed economico di prima grandezza.
La corsa con Meta e gli altri protagonisti dell’AI è appena cominciata. Ma la direzione appare ormai chiara. Dopo aver imparato a conversare con noi, l’intelligenza artificiale sta cercando di lavorare con noi e, in alcuni casi, per noi.
Forse è proprio questo il punto da non perdere dietro l’enfasi sulla “superintelligenza”: la vera novità non sta nel darle un nome più altisonante, ma nel capire se sapremo utilizzare una tecnologia sempre più potente per restituire all’intelligenza umana ciò che oggi le manca di più: tempo e attenzione.

