La rimozione collettiva
La povertà è la grande rimossa del nostro tempo. Non entra davvero nelle agende pubbliche, anche se affiora in ogni crocicchio, nei volti scavati, nei vagiti di dolore che non trovano pietas, attenzione collettiva né sbocco nelle scelte comuni. E invece bisognerebbe dirlo senza esitazioni: non è una predestinazione. Non è una colpa. Non è una tara. Non è il destino naturale di chi resta indietro.
Per favore, non disturbateci con le vostre tentazioni da energumeni su nozioni geometriche, “campo largo” o altro. La questione è un’altra, ed è persino più semplice di quanto la si complichi ad arte: quali strumenti vogliamo mettere in campo? Quale idea di giustizia sociale siamo ancora disposti a difendere? La macchina massmediale, dal canto suo, troppo spesso non illumina: stritola, semplifica, obnubila. Trasforma la disuguaglianza in brusio di fondo, l’ingiustizia in materiale da talk, mentre ogni proposta strutturale viene sospettata, delegittimata, svuotata prima ancora di arrivare a un confronto serio.
Scendere dove il dolore abita
Allora mettete gli stivali e scendete negli anfratti della storia, nei quartieri dimenticati, nelle case in cui il lavoro non basta più a risalire la china, con il carrello della spesa diventato una contabilità dell’umiliazione e la precarietà che non è più una formula sociologica, ma una ferita che si rinnova ogni mattina.
È lì che le istituzioni dovrebbero tornare a indossare il grembiule del servizio. È lì che servirebbe un sussulto di democrazia vera, sostanziale: un tavolo interparlamentare capace di misurarsi non con l’impulso dietrologico, non con il tatticismo, non con le convenienze di parte, ma con idee di cambiamento e misure concrete di giustizia sociale.
Le risposte possibili, il dovere della politica
Può il salario minimo essere una risposta sensata a un’inflazione che erode il potere d’acquisto e piega milioni di precari? Può esserlo un reddito di sostegno per chi arranca, liberato finalmente dalla caricatura che lo riduce a strumento pavloviano, a merce di scambio, a dispositivo clientelare?
Sono domande serie. E chiedono rigore, visione, coraggio. Ora basta davvero. Il referendum è già storia, al di là dei vincitori e dei vinti. Restano le disuguaglianze. Restano i corpi sfiniti di chi non entra in nessuna narrazione vincente. Resta questa ferita sociale che continuiamo a nominare troppo poco e a guardare ancora meno.
E allora il punto è semplice e brutale: una classe dirigente che non assume tutto questo come emergenza democratica non è soltanto miope. È complice. E un Paese che si abitua ai suoi poveri, prima di perdere giustizia, perde la sua anima.
