La novità e la necessità del cambiamento
Ci sono parole che dovrebbero essere tenute insieme, e invece può accadere che tra di esse avvenga uno scollamento, con danno di entrambe: mi riferisco al sostantivo “novità” e al verbo “cambiare”; con il primo constatiamo il novum, cui però non si accompagna la volontà di modificare conseguentemente la situazione; in altre parole, alla rilevazione delle res novae non si unisce l’attenzione per l’esigenza di cambiare, mentre il verbo andrebbe addirittura coniugato all’imperativo: cambiare!
Si badi: non si tratta di cambiare per cambiare, ma di avvertire l’urgenza di cambiare con competenza nel momento in cui si è avvertito che qualcosa di nuovo sta nascendo o si sta affermando.
Invece spesso le novità vengono “dichiarate” tali, ma anche “ammortizzate”, considerandole solo di superficie o di settore, per cui si ritiene che sia sufficiente qualche mutamento esteriore; è la logica gattopardesca del “cambiare tutto per non cambiare niente”, forse non teorizzata ma certo praticata.
In questo modo di procedere, quella che è una grande virtù, cioè la prudenza, viene svilita in interventi di piccolo cabotaggio, per cui, di fronte alla novità, si cambia solo superficialmente o non si cambia affatto, magari facendo nel contempo stentoree dichiarazioni sulla necessità del cambiamento o paventando rischi tali che è opportuno soprassedere.
La protesta studentesca e le radici del disagio
Mi sembra che sia questa la situazione in cui ci troviamo con la recente protesta studentesca (tuttora in corso): che, cioè, venga enfatizzata nei suoi aspetti esteriori e deteriori, e non colta nella sua radicalità innovativa, per cui il “cambiare” (si potrebbe dire utilizzando la grammatica) viene coniugato non come imperativo deciso, bensì come congiuntivo condizionale.
Così, per esempio, si dice: “Se la protesta non fosse violenta, si potrebbe prenderla in considerazione”; “se la protesta fosse democratica, si potrebbe intervenire, ma con i tempi lunghi che la democrazia e la burocrazia impongono”.
Questi “se” rischiano di vanificare l’attenzione per il nuovo che la protesta veicola e che, a ben vedere, va oltre le specifiche rivendicazioni di settore (relative alla scuola, ai salari, alla salute, alla sicurezza…).
In tal modo, si finisce per ritenere di aver prestato attenzione alla novità della protesta, mentre in realtà se ne è avvertita solo la portata di richieste parziali, senza andare alla causa (non appariscente e nemmeno apparente) che è il “disagio”, da intendere per tutti in senso sociale e globale e, per i più giovani, in senso esistenziale e relazionale.
Eppure, questa è la novità vera e profonda, con cui occorre misurarsi, se si vuole che il “cambiare” sia l’imperativo che porta a un rinnovamento di mentalità, per cui si avverte come inaccettabile l’assuefazione alla disuguaglianza, assunta come principio non eliminabile né modificabile.
In altre parole, non si può considerare “normale” l’attuale disuguaglianza sempre più estesa e lacerante tra i pochi ricchissimi e i tanti diversamente poveri. Proprio questo costituisce il contesto entro cui si colloca la protesta per i singoli settori in cui la disuguaglianza si traduce.
Dall’inequità alla responsabilità collettiva
Ciò comporta, sì, interventi nei singoli settori, ma a partire dalla denuncia di quella che papa Francesco ha chiamato, nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium, la “inequità”, un termine non attestato dai dizionari, ma messo in circolazione da Bergoglio, che la giudica di inedita gravità per la globalizzazione che accentua le sperequazioni.
Letteralmente è il contrario dell’equità, ma l’uso che ne fa il papa mi sembra richiamare a un mix di ingiustizia e di iniquità, ed è un modo di vivere in cui ciascuno guarda al proprio “particulare”, disinteressandosi degli altri, considerati meno capaci, per cui non meritano (attenzione) in quanto non hanno meriti (produttivi).
A voler usare il linguaggio di don Lorenzo Milani, si potrebbe parlare di avarizia – il «sortirne da soli» – come il contrario della politica: il «sortirne insieme».
Senza questa consapevolezza di fondo non si fanno riforme o, se si fanno, con carattere inconcludente e dispersivo.
Allora l’odierna protesta studentesca potrebbe diventare l’occasione per cercare tra adulti e giovani un reale terreno di confronto, che certamente deve stigmatizzare la violenza, ma insieme deve recepire la richiesta di “cambiare”, impegnandosi a rimuovere la disuguaglianza, da considerare insopportabile in tutti i sensi, anche perché in contrasto con le Carte costituzionali e le Carte universali che pure esaltiamo.
Si tratta quindi di mettere fine a una situazione schizoide conseguente alla teoria dell’uguaglianza e alla pratica della disuguaglianza, in particolare quando questa ha superato, come oggi, il limite di guardia, per cui il verbo all’imperativo “cambiare” va accompagnato con il verbo all’indicativo “basta” e sempre all’insegna dell’avverbio “subito”.
Un nuovo patto tra le generazioni
Se di questo è portatrice la protesta dei giovani e dei giovanissimi, mi pare evidente che non possa essere disattesa, e il problema allora è trovare il modo di avviare un cambiamento che muova da serie analisi condivise e si traduca in altrettanto seri interventi concreti, tali da costituire il segnale di un rinnovamento di mentalità comunitaria, che interviene sul presente per aprire al futuro.
Ecco la categoria con cui bisogna tornare a fare i conti: il futuro, ma un futuro che non sia l’alienazione del presente, bensì il senso di un presente non effimero.
Tutto ciò richiede (ne sono sempre più convinto) un nuovo patto intergenerazionale che veda adulti e giovani, in modo paritetico (per la dignità di ogni persona) e asimmetrico (per la differenza di età), impegnati insieme: uno stile inedito quanto necessario, di cui proprio l’Italia, uno dei Paesi a più bassa natalità, potrebbe farsi promotrice.
Diversamente, con gli anziani che sono quasi il doppio dei giovani, il rischio è un sentimento di rivalsa degli uni o degli altri.

