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La scuola torni a educare, non soltanto a programmare

Di fronte alla protesta giovanile, occorre riscoprire la missione educativa della scuola. Da Montessori a Morin, da don Milani a Maritain, i classici aiutano a restituire centralità alla persona, al sapere e alla democrazia.

Dalla programmazione alla progettazione educativa

Di fronte all’attuale emergenza contestatrice a livello sociale e generazionale, una riflessione sull’educazione si rende necessaria con particolare riguardo alle cosiddette agenzie formative (ma meglio sarebbe dire comunità educanti) come la famiglia, la Chiesa, la scuola e l’extrascuola.

Questa esigenza, però, non va intesa in termini organizzativi o operativi, ma propriamente umanistici. Il che significa – con riferimento alla scuola, che qui interessa in quanto deputata all’istruzione e all’educazione – guardare non solo e non tanto alle questioni gestionali e burocratiche legate alla cosiddetta “programmazione” scolastica, che negli ultimi tempi ha assorbito tante energie di docenti e dirigenti.

Significa invece, a mio parere, volgere lo sguardo alla “progettazione” educativa, per la quale non servono manuali di didattica o di organizzazione aziendale (anche nella scuola si vuole scimmiottare l’azienda), ma servono opere di pedagogisti ed educatori, filosofi e intellettuali che aiutino ad avvicinare la questione educativa nel riconoscimento del primato della persona e con l’attenzione alla realtà contemporanea.

A tal fine si rende necessario riprendere a misurarsi con i “classici”: non solo di ieri ma anche di oggi, per dare respiro all’azione di docenza e formazione, che sono sempre più asfittiche.

Si badi: nei classici non dobbiamo cercare le risposte ai problemi del nostro tempo, bensì quell’impulso, quello stimolo che permette agli insegnanti di avere coscienza dei problemi e di cercarne le soluzioni adeguate, sempre provvisorie perché da adeguare continuamente.

Voglio dire che autori e classici pedagogici hanno la funzione di indurre gli insegnanti ad aprire finestre e porte, con la consapevolezza che poi a guardare fuori e ad andare fuori tocca ai singoli insegnanti.

Montessori e Morin: ritrovare il respiro dell’educazione

Quindi incontrarsi di nuovo o per la prima volta con autori come (un nome per tutti) Maria Montessori significa mettersi in condizione di respirare a pieni polmoni l’aria dell’educazione ad alta quota: penso in particolare ai temi dell’educazione alla pace e dell’educazione cosmica, trattati dalla grande educatrice marchigiana.

Di questo hanno bisogno gli insegnanti, se vogliono fuoriuscire da un ambiente scolastico nel quale manca il respiro. È una qualità dei classici la capacità di risvegliare in chi li legge il desiderio e il piacere di insegnare, di educare.

Al riguardo vorrei ricordare che un intellettuale del nostro tempo ha intitolato una delle sue ultime opere Svegliamoci! (Mimesis, 2022): è stata scritta quando Edgar Morin aveva superato la soglia dei 100 anni, ma solo anagraficamente, perché culturalmente era sempre giovane con la sua esigenza di aprirsi alle res novae e di leggerle con il nuovo paradigma della complessità.

Morin andrebbe letto non solo per questo stimolante libretto, ma anche per le opere che ha dedicato al rinnovamento dell’educazione e dell’insegnamento (non sono una riserva di caccia per pedagogisti accademici o professionali) e lo ha fatto superando gli schemi tradizionali per aprire nuovi orizzonti del pensiero.

Così nei volumi pubblicati da Raffaello Cortina: La testa ben fatta. Riforma dell’insegnamento e riforma del pensiero (1999), I sette saperi necessari all’educazione del futuro (2001) e Insegnare a vivere. Manifesto per cambiare l’educazione (2015).

Don Milani, Dewey e Maritain: educazione e democrazia

Su un altro versante sarebbe opportuno incontrare di nuovo (o per la prima volta) un autore come don Lorenzo Milani: anche lui non era formalmente un pedagogista, ma aveva l’animo dell’educatore e quindi ha la capacità di risvegliare l’esigenza educativa.

Lettera a una professoressa della Scuola di Barbiana (pubblicata da LEF nel 1967 e riproposta da Mondadori nel 2023) sarà pur datata, ma riesce ancora a suscitare reazioni salutari, specialmente in tema (attualissimo!) di disuguaglianze sociali.

Ho volutamente fatto riferimento a due figure “extra-vaganti” rispetto alla pedagogia, ma se vogliamo rivolgerci a noti pensatori, i nomi di John Dewey e Jacques Maritain sono quelli di due classici di diverso orientamento (laico uno e cattolico l’altro), ma ugualmente in grado di richiamare l’attenzione su problemi fondamentali.

Come il rapporto tra scuola e società e tra educazione e democrazia: sono i titoli di due opere del pedagogista statunitense (La Nuova Italia). O il rapporto tra educazione e umanesimo e tra scuola e formazione: sono questioni tipiche del tomista francese trattate in Per una filosofia dell’educazione (La Scuola; in nuova edizione uscirà dalla Morcelliana).

Insegnanti intellettuali, non tecnici o burocrati

Ho voluto fare esplicito riferimento ad alcune opere, per invitare alla loro lettura: il che (lo riconosco) è in controtendenza, eppure (ne sono convinto) è indispensabile per modificare l’odierna situazione.

D’altra parte, ricordiamo che gli insegnanti non sono dei tecnici o dei burocrati, ma degli intellettuali e degli educatori, il cui compito quindi è – oggi più di sempre – muovere le acque stagnanti, suscitare interesse per la cultura, innamorare al sapere.

Ce lo ha ricordato, tra gli altri, un autore come Massimo Recalcati con volumi pubblicati da Einaudi: L’ora di lezione. Per un’erotica dell’insegnamento (2014) e La luce e l’onda. Cosa significa insegnare? (2025).

Un autore che non solo gli insegnanti dovrebbero leggere, ma pure i genitori, in quanto il noto psicoanalista ha scritto alcuni libri che aggiornano sul loro compito.

Ricordiamo quelli pubblicati da Feltrinelli: Il complesso di Telemaco. Genitori e figli dopo il tramonto del padre (2013), Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno (2015), Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato (2017).

In queste opere troviamo ciò di cui abbiamo bisogno oggi: una saggistica “segnaletica”, che cioè fornisce indicazioni e invoglia a camminare, lasciando poi che la strada sia percorsa da ciascuno in modo autonomo.

La scuola come luogo di libertà e di risveglio democratico

Allora ripartire da questi e altri autori vuole essere un esercizio di libertà che aiuta gli insegnanti a crescere e a far crescere, sul piano della criticità e creatività.

Sono queste (non dimentichiamolo) le doti principali dell’educatore che voglia fare dell’educazione (come diceva Maritain) un risveglio umano e un risvegliamento democratico.

Ciò comporta vivere con gli studenti relazioni educative all’insegna della pariteticità sul piano della dignità (come rispetto dell’essere persona di ciascuno) e dell’asimmetria sul piano della funzione (come rispetto della diversità di età e di compiti).

Il che è condizione per un fecondo rapporto interpersonale e dialogico, senza cui la scuola diventa una tana o un’azienda, in ogni caso tradisce la sua identità e compromette la sua missione.

Gli studenti ce lo ricordano in questi giorni con «un segnale di allarme più opportuno che intempestivo», diceva Maritain del movimento del 1968 e possiamo ripetere per quello del 2026.