Un tabù che ritorna
C’è poco da fare. Ci sono temi che restano dei veri e propri tabù all’interno di alcuni settori della politica italiana. Del passato e del presente. Tra questi c’è il capitolo della violenza politica, o meglio, della protesta di piazza e della conseguente violenza di piazza. È un tema antico, purtroppo, che ha caratterizzato il comportamento di molte forze politiche ogniqualvolta si presenta l’occasione di affrontare la risorgente violenza di piazza nel nostro Paese. E non solo nel nostro Paese.
Si tratta di quel «filo rosso» che negli anni Settanta portava allo slogan «né con lo Stato né con le BR» e che negli anni più recenti, per non applicare i canoni del passato alla stagione contemporanea, porta a una sorta di permanente «comprensione» di ogni «disagio sociale» che si presenta nelle dinamiche concrete della nostra società.
Il richiamo all’«autunno caldo»
Ora, e per tornare all’oggi, siamo di nuovo alle prese con il solito ritornello del ritorno dell’«autunno caldo». Che questa volta, come da copione, riparte dalla Francia per poi trasferirsi in altri Paesi europei.
E, sempre per restare all’oggi, nelle settimane scorse abbiamo assistito a un continuo richiamo di molti opinionisti, conduttori TV e commentatori della carta stampata riconducibili al campo variegato e composito della sinistra italiana per trasferire anche nel nostro Paese la dura e violenta protesta francese. A prescindere dai temi che sono sul tappeto e al centro delle rivendicazioni in quel Paese. Perché quello che conta, secondo questa vulgata, è far decollare una vasta e massiccia protesta di piazza contro il nemico politico giurato del momento.
E all’interno di questo contesto non si può escludere purtroppo, come ovvio e persino scontato, il capitolo della potenziale, e del tutto possibile come abbiamo ancora una volta sperimentato, violenza di piazza. Ed è proprio su questo versante che si inserisce il tema dell’inevitabile reazione politica ai possibili fenomeni violenti. E, soprattutto, di come replicare politicamente a questa drammatica, inquietante e grave violenza politica e di piazza.
E, purtroppo, è questo il momento in cui fioriscono le contraddizioni, le zone d’ombra, i balbettamenti e gli equivoci.
Una condanna senza zone d’ombra
Ora, tutti sappiamo che queste manifestazioni, al di là dei settori violenti ed estremisti che le frequentano, sono attraversate da un «popolo» che è riconducibile — almeno nel nostro Paese — agli attuali partiti di sinistra dell’opposizione politica.
E, di conseguenza e alla luce di questa situazione oggettiva e nota a tutti, adesso la risposta — se vuole essere credibile e seria — non può che essere quella di fugare e chiarire qualsiasi zona d’ombra e di pronunciare parole nette, chiare, definitive e inequivoche di fronte alla violenza politica e di piazza. A prescindere dai promotori delle iniziative di protesta, da chi le frequenta, dai comportamenti concreti che si sviluppano in quelle piazze e dalle conseguenze che le caratterizzano sul versante dell’ordine pubblico.
Il disagio sociale non diventi un alibi
Detto con parole ancora più semplici e chiare, si tratta semplicemente di non accampare continuamente il cosiddetto «disagio sociale» di turno per poi giustificare, di fatto, la rabbia che esplode da quelle piazze.
Come, del resto, non si può continuare a ridurre — come, purtroppo, avviene da molti anni — il tutto a piccoli, insignificanti e marginali gruppi di protesta e violenti che si infilano in questi cortei. Perché è proprio in questa continua sottovalutazione del fenomeno, com’è ormai noto a tutti, che si annida anche e soprattutto la «comprensione» della violenza se non, addirittura, la sua giustificazione.
In gioco c’è la democrazia
In ultimo, ma non per ordine di importanza, qui non è in discussione la difesa, o meno, del governo di turno. Che piaccia o che non piaccia non ha alcuna importanza.
Quello che, al contrario, è in discussione è la credibilità della nostra democrazia, la difesa della qualità della democrazia e, soprattutto, la credibilità delle istituzioni democratiche. Insomma, non si può sacrificare questo bene supremo solo per l’odio implacabile e spietato nei confronti del nemico politico.

