L’allarme sul berlusconismo lanciato da Martinazzoli all’atto delle sue dimissioni

Sulla seconda repubblica e il destino dei Popolari fa testo dopo quasi 30 anni la lettera di dimissioni, annunciate dall’Asca alle 13.17 del 30 marzo 1994, del compianto leader bresciano.

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C’è un vincitore di queste elezioni e si chiama Berlusconi. Si deve a lui se una destra missina, certamente in crescita ma gravata dal peso della sua origine e della sua ideologia, e un movimento leghista in crisi di assestamento sono stati trascinati al ruolo di una “grande destra“.

Il riconoscimento di questa demiurgia illumina, peraltro, i problemi che si trascina appresso. Riguardano, questi problemi, i nodi essenziali delle democrazie moderne e, specificamente, la qualità della vocazione politica italiana. Se il “berlusconismo“ ha potuto essere definito con la formula gobettiana dell’autobiografia della nazione, occorre anche andare ben al di sotto della superficie iridescente del fenomeno per tornare a leggere, là dove si colloca, la consistenza storica della questione.

Questa riflessione faranno bene ad alimentarla anche i mondi cattolici, cui tocca di uscire dalla letteratura del “dover essere“ per prendere atto di una scelta – di resistenza o di insignificanza – che li riguarda nell’attualità e nella realtà della politica.

Bisognerà pure indagare il senso che si vuole attribuire alla immagine, ormai corrente, della “seconda repubblica“, spesso dichiarata come ripudio dei valori storicamente fondanti della prima repubblica. Stando così le cose, ciò che conviene è la chiarezza: chi ha vinto ha il dovere di governare, chi ha perso ha il dovere dell’opposizione. Solo così, e non per una mistificazione ma nel vivo della politica, potrà illimpidirsi questa stagione democratica e tornare a formarsi l’opinione e il giudizio degli italiani su questo presente piuttosto che su un passato da rimpiangere o da maledire.

In questa condizione il Partito popolare è chiamato ad una prova decisiva. La sua misura, pur breve ma accentuata nella prova elettorale, non gli nega una sorte ma gli impone decisioni lucide, continuità di scelte, un lavoro accanito ed intenso. Ma poiché gli insuccessi elettorali portano, inevitabilmente, all’indugio dei processi sulla responsabilità è bene che queste siano riconosciute ed accettate. Così è avvenuto, serenamente avvenuto. Per fedeltà.

[Qui abbiamo riportato solo la seconda parte della nota apparsa in prima pagina su “Il Popolo” del 31 marzo 1994]