L’Osservatore Romano | La storia di Ringhio commovente simbolo di Corchiano.

Bengasi Battisti, a quel tempo sindaco del piccolo centro viterbese, racconta come e perché il randagio divenne “cane di comunità”.

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Esiste anche una Banca dei racconti per custodire e tramandare la memoria di questo luogo e della sua comunità. Corchiano è diventato così il paese dell’inclusione e le avventure di un cane randagio hanno finito con l’esserne il tenero, commovente simbolo.

Una storia di straordinaria grazia che Battisti così ricorda: «Un mattino si affacciò in paese un cane — taglia media, pelo rosso, carattere dolce ma determinato — e conquistò subito il cuore di quasi tutti per il suo essere così partecipe alla vita del paese e presente a tutte le ricorrenze, sia civili che religiose. Il suo luogo prediletto era la chiesa, tanto che fu chiamato Ringhio per la sua abitudine di ringhiare a chi dalla chiesa cercava di allontanarlo.

Quando ottenne da don Domenico il permesso di assistere alle funzioni in fondo alle scale dell’altare, gli rimase il nome, ma di ringhiare non ebbe più bisogno. Senza saperlo aveva ottenuto non solo una libertà per sé ma anche per gli altri: con lui, infatti, si interruppe la tradizione che voleva i cani fuori dalle chiese.

Ringhio, fra le altre, aveva una caratteristica singolare, assumeva sempre un atteggiamento idoneo alla circostanza: seguiva mesto i riti funebri, scodinzolava felice ai matrimoni, precedeva festoso la banda musicale. Insomma in poco tempo divenne il cerimoniere di Corchiano e in più era amatissimo dai bambini che accompagnava al mattino a scuola aspettando poi paziente il suono della campanella che ne annunciava l’uscita.

Fu l’incomprensibile avversione di pochi a guastargli la vita. Dopo essere stato segnalato all’autorità giudiziaria, Ringhio fu catturato e chiuso in un canile dove, perdute libertà, affetti e abitudini, cominciò a lasciarsi morire rifiutando il cibo. Discutemmo in Municipio su come riportarlo a casa e trovammo infine la soluzione.

Lo nominarono ufficialmente, con un atto deliberativo, “cane di comunità” con assicurazione e chip a carico del Comune. Ringhio tornò così alla sua vita e nella vita di tutti noi».

Le vicende di questo cane, un tempo randagio poi non di uno solo ma di tutti, riassumono le virtù di una comunità, la generosità di un medico che non si è mai risparmiato mettendo mente e cuore al servizio di tutti e l’impegno di amministratori che hanno esercitato le loro funzioni pubbliche nella ricerca del bene comune. È una di quelle storie che consola e che ci ricorda che non dobbiamo mai né arrenderci, né rassegnarci. Un modello diverso di convivenza civile è possibile, fare e fare bene significa cominciare a cambiare il mondo.

Questo è un estratto dell’articolo pubblicato su L’Osservatore Romano.

L’articolo completo, molto interessante,  lo trovate online sul sito de L’Osservatore Romano.