Home GiornaleLivio Berruti e Roma 1960: la corsa di un’Italia che cambiava

Livio Berruti e Roma 1960: la corsa di un’Italia che cambiava

La vittoria nei 200 metri alle Olimpiadi di Roma fu molto più di un’impresa sportiva: nell’eleganza e nella modernità di Livio Berruti si specchiava un Paese ormai entrato nella stagione dello sviluppo e dell’apertura internazionale.

Roma 1960, il volto nuovo dellItalia

Un Paese in progressivo cambiamento, una giovane democrazia che aveva già vinto la sfida della ricostruzione e che si avviava a pieno titolo nella competizione internazionale.

Le Olimpiadi di Roma del 1960 furono l’emblema di questo slancio complessivo: la realizzazione di opere infrastrutturali, alcune delle quali ancora oggi utilizzate nella Città Eterna; un’efficienza organizzativa di livello assoluto; la conferma della capacità di accoglienza di una popolazione, quella italiana, che si era assopita soltanto negli anni dell’isolamento imposto dal nazionalismo autarchico del fascismo e aveva poi subito le conseguenze drammatiche del Secondo conflitto mondiale.

Con l’evento olimpico, pertanto, l’immagine del Paese nel mondo si consolidò e lo sport ne divenne un significativo veicolo.

 

Una vittoria simbolica nella velocità

In questo contesto, assunse un valore simbolico, nell’atletica leggera, il successo di Livio Berruti nei 200 metri. Simbolico perché ottenuto nella velocità, una specialità nella quale gli atleti italiani non avevano mai brillato a livello internazionale. Ondina Valla aveva vinto gli 80 metri a ostacoli a Berlino nel 1936, ma si trattava di una gara non propriamente di velocità pura.

Un italiano riusciva così a superare in finale i migliori duecentisti del mondo, a partire dai fortissimi atleti afroamericani statunitensi.

Una vittoria costruita sulla tecnica, attraverso uno studio accurato della corsa e, in particolare, della traiettoria in curva; una corsa fluida e composta, soprattutto elegante.

 

Leleganza di una borghesia in crescita

Berruti aveva in sé proprio l’eleganza della borghesia italiana, in particolare di quella torinese: un ceto sociale in crescita, rappresentativo della trasformazione economica e sociale del Paese, che vedeva nell’industrializzazione uno dei principali fattori di sviluppo.

Un atleta, inoltre, che dimostrò come fosse possibile coniugare l’impegno agonistico con la cultura e lo studio: si laureò in chimica all’Università di Torino e continuò la propria attività sportiva da autentico dilettante. In seguito, pur non abbandonando mai il rapporto con lo sport, lavorò in importanti aziende industriali come Fiat e Zegna.

Anche la sua breve storia d’amore con la formidabile velocista afroamericana Wilma Rudolph, conosciuta proprio in occasione delle Olimpiadi di Roma, rappresentò un profondo e, al tempo stesso, innocente segnale in un mondo ancora fortemente segnato dalla segregazione razziale, a partire proprio dalla condizione degli afroamericani negli Stati Uniti d’America.

 

Quella corsa cambiò qualcosa

Adesso che la sua corsa è terminata, Livio Berruti lascia in eredità a tutti noi l’immagine di un’Italia che si era incamminata verso un cambiamento strutturale, non soltanto nell’ambito dell’economia, ma anche nei modelli sociali e culturali, propri di una democrazia e di un mondo libero.

«Potevo fare qualcosa, dovevo cambiare qualcosa», così recita Lucio Dalla nella sua struggente “Ayrton”.

Berruti si impegnò a fare qualcosa e, con quella vittoria nei 200 metri a Roma, contribuì sicuramente a cambiare qualcosa.