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L’orrore del vuoto in politica e l’assenza di dibattito pubblico

Nuovi soggetti, fieri di non avere una storia, hanno preso il posto dei vecchi partiti. L’Italia di mezzo secolo fa somiglia a quella di oggi, senza un’idea di come riprendere il cammino.

In questo periodo è stata lanciata un’idea che sottendesse una visione? Un’idea che facesse anche solo discutere, nel bene o nel male, ma che aprisse un dibattito, un confronto? No, nessuno l’ha lanciata. Colpisce, nel nostro tempo sospeso, la miseria di quello che una volta veniva chiamato il “dibattito pubblico”. Non è una novità, naturalmente. Mai come in questi mesi, però, abbiamo vissuto una prolungata astinenza da idee, proposte, progetti. Ci si accapiglia sulla destinazione delle risorse del Pnrr. Ci si accapiglia (tra amministratori pubblici) perfino sul costo di una fetta di torta al Caffè Sacher di Trieste. 

Ma del domani, invece, sembra che nessuno voglia, o sappia, discutere seriamente. Tutta colpa di una politica disinteressata a gettare uno sguardo sul futuro? Naturalmente no, anche la cosiddetta “società civile” sembra avere poche idee. È la politica però che dovrebbe avvertire, più e prima di tutti i suoi interlocutori, l’orrore del vuoto. Se non lo avverte, il pericolo (sociale e, quel che è peggio, democratico) rischia di essere imminente. I confronti con il passato servono fino a un certo punto. Però bisogna pur dire, anche se siamo diventati tutti smemorati (o forse proprio per questo), che non è stato sempre così; e che non è certo solo per via della situazione congiunturale se siamo messi così male. Molti hanno rievocato – anche di recente – il tempo della ricostruzione, quando feroci contrapposizioni ideologiche non impedirono uno slancio comune per rimettere in piedi un Paese devastato dalla guerra: senza classi dirigenti politiche coese, non avremmo avuto né la democrazia repubblicana né il “miracolo economico”. 

E, successivamente, furono ancora classi dirigenti politiche colte a cercare di governare il cambiamento conducendo, assieme, una lotta politica e una battaglia culturale. Il primo centro-sinistra «organico» venne alla luce nel 1963 al termine di una lunga gestazione politica. Ma anche, eccome, sulla base di un confronto intellettuale sui grandi mutamenti intervenuti nel Paese e sulle strade possibili per dare loro uno sbocco. Dibattito che appassionò, attraversò e divise i partiti e l’opinione pubblica: basti pensare alla nazionalizzazione dell’energia elettrica (con la nascita dell’Enel), al ruolo dello Stato nell’economia, alla riforma della scuola media, che non abolì solo lo studio del latino, ma pure una feroce discriminazione di classe, che divideva i bambini a undici anni tra chi doveva accontentarsi di saper leggere, scrivere e far di conto e chi invece già sapeva che avrebbe potuto proseguire gli studi fino alla laurea. 

Tutto questo non si spiega se non si tengono in conto, ad esempio, le discussioni durante i Convegni nazionali di studio della Dc a San Pellegrino (tra i relatori c’erano personalità come Achille Ardigò e Pasquale Saraceno). Chi volesse leggerne gli Atti rimarrebbe colpito dalla tensione intellettuale e civile e dalla cultura storica e politica dei protagonisti e, insieme, dalla profonda conoscenza della realtà di cui erano intrisi. Progetti e speranze riformatrici erano nell’agenda politica quando il Sessantotto degli studenti prima, e più ancora, l’autunno operaio del 1969 squassarono il telaio della società italiana e archiviarono, di fatto, l’esperienza del centro-sinistra. Al cui interno, tuttavia, presero corpo tentativi importanti di “intelligenza degli avvenimenti”, che appassionarono e coinvolsero l’opinione pubblica.

Erano, se non proprio gli ultimi, i penultimi fuochi. Di lì a non molto, Moro constatò amaramente (nel 1974): «Non è solo debole e intermittente la nostra economia, ma è discontinua, nel suo stesso impetuoso fiorire, la nostra vita sociale, ed è stanca la vita politica, sintesi inadeguata e talvolta persino impotente dell’insieme economico e sociale». Nuovi soggetti fieri di non avere una storia, una tradizione e una cultura alle spalle (o fieramente dimentichi di averla), hanno ormai preso il posto dei vecchi partiti, con la loro storia, la loro tradizione e la loro cultura politica. Ma questa fotografia dell’Italia di mezzo secolo fa somiglia a un’istantanea dell’Italia di oggi che non ha idea di come riprendere il cammino. E, a differenza di quella, non ha nemmeno troppa voglia di ragionarci su.

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