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Maritain, le vie della pace: costruire ogni giorno la civitas pacificationis

Dai due Discorsi all’Unesco emerge una lezione ancora attuale: la pace non è semplice assenza di guerra, ma costruzione quotidiana, attraverso dialogo, valori, politica, educazione e impegno civile.

I due Discorsi all’Unesco

In presenza di un deteriorarsi di quella che papa Francesco ha chiamato la «terza guerra mondiale a pezzi», può risultare opportuno rileggere i due Discorsi sulla pace che il filosofo Jacques Maritain tenne all’Unesco: uno nel 1947, all’indomani della fine della seconda guerra mondiale, e l’altro nel 1966, all’indomani della chiusura del Concilio ecumenico Vaticano II.

Il primo apparve come volume con il titolo La voie de la paix, poi ripubblicato con altro titolo, che esplicitava l’indicazione che vi era contenuta: Le possibilità di cooperazione in un mondo diviso, e inserito nel volume Il filosofo nella società. Il secondo fu pubblicato nel volume di Incontri di culture all’Unesco, con il titolo Les conditions spirituelles du progrès et de la paix, poi ripubblicato tra gli “scritti di filosofia cristiana” di Approches sans entraves come riflessione su Il ruolo dello spirituale nei confronti del progresso e della pace (Maritain aveva corretto il titolo originario).

Si tratta di due brevi testi che però, nella loro essenzialità, richiamano alcune indicazioni che, tipiche della riflessione di Maritain, risultano di rilevante interesse per la pace, in quanto insistono sulle possibilità di cooperazione pratica e sul compito proprio dello spirituale. Sono tematiche che, peraltro, Maritain aveva già affrontato o affronterà in modo più articolato in opere come Principi di una politica umanista del 1944 e L’uomo e lo Stato del 1951.

 

La pace bisogna guadagnarsela

Questi due Discorsi, per la sede in cui sono stati fatti, acquistano ulteriore significato, mostrando in particolare che la pace si costruisce e che “vincere la pace”, come già aveva sostenuto nel 1945 in Cristianesimo e democrazia (che, come inedito, risale al 1942), è anche più difficile che vincere la guerra.

Se la pace autentica occorre “guadagnarsela”, “meritarsela”, si rende necessario battere tutte le strade che possono portare ad essa e concepirla non come la sola sospensione della guerra, cioè una condizione tranquilla e rassicurante, ma come una indefessa costruzione a livello operativo e teorico, individuale e sociale.

Per questo ho intitolato Vie della pace il volume in cui ho riunito i due Discorsi maritainiani e che è di prossima pubblicazione presso l’editore Castelvecchi di Roma. D’altra parte, lo stesso Maritain aveva declinato al plurale l’originaria intitolazione del primo Discorso (La via della pace) quando, successivamente, fin dal nuovo titolo aveva identificato la pace con le possibilità di cooperazione, considerate tanto più necessarie in quanto in presenza di un mondo diviso. Non solo: il plurale torna pure nel secondo Discorso quando Maritain precisa che il ruolo dello spirituale si attua in un triplice modo: come educazione, ispirazione e cultura.

 

Le cinque vie indicate da Maritain

Il plurale delle vie della pace appare evidente anche da quanto il Filosofo scrisse in altre occasioni. In primo luogo, a proposito del “dialogo” come collaborazione in campo pratico sotto il segno dell’amicizia civile, e come confronto sul piano teorico all’insegna della giustizia intellettuale.

Inoltre, sul piano dei “valori moderni” come disideologizzazione; sul piano della “società politica mondiale” come unificazione del mondo; sul piano dell’educazione come “risveglio umano” in senso individuale e sociale; sul piano dei “piccoli gruppi” come impegno per la verità tra azione e contemplazione.

Ecco, dunque, le cinque vie indicate direttamente o indirettamente da Maritain e che ho denominato rispettivamente: la via dialogica, la via assiologica, la via politologica, la via pedagogica e la via prassiologica.

Sono vie diverse, ma accomunate da una idea fondamentale: che identifica la pace con il progetto storico concreto dell’umanesimo integrale, come «promozione di tutto l’uomo e di tutti gli uomini», per usare il linguaggio di Paolo VI, il quale nella Populorum progressio, sulla scia dell’umanesimo integrale di Maritain, addita l’«umanesimo plenario» finalizzato allo “sviluppo dei popoli”, considerato il nuovo nome della pace.

L’umanesimo eroico e la città fraterna

In questa prospettiva, Maritain aveva additato la necessità di un umanesimo eroico, cioè un eroismo della quotidianità, finalizzato alla “città fraterna”, «la quale − aveva pure puntualizzato nel relativo discorso intitolato Che cosa è l’uomo (poi nel volume Pour la justice del 1945) − non comporta la speranza che tutti gli uomini saranno un giorno perfetti sulla terra e si ameranno fraternamente, sibbene la speranza che lo stato esistenziale della vita umana e le strutture della civiltà si avvicineranno sempre più alla perfezione, la cui misura è la giustizia e l’amicizia».

Dunque, non un paradiso in terra, ma una tensione sempre più impegnata e impegnativa per rendere la società più umana o, come dirà Avishai Margalit, almeno “decente”; insomma, non il mondo migliore, ma un mondo migliore è quello a cui si può pervenire, se si lavora a creare le condizioni sociali, economiche, politiche, morali e spirituali della pace.

 

Costruire la civitas pacificationis

A tal fine, ecco la lezione che mi sembra provenire dall’impostazione maritainiana, specialmente dai due Discorsi all’Unesco : non bisogna stancarsi di ricercare nuove vie della pace e di impegnarsi per la sua costruzione.

Giorno per giorno, si contribuisce alla edificazione della civitas pacis, anzi della civitas pacificationis, dato il carattere dinamico e concreto che le è proprio, cioè “pacificazione”: sia per arrivare alla pace dopo una guerra, sia per mantenere la pace in modo da non arrivare ad un’altra guerra.

Si vis pacem, para civitatem, si direbbe oggi per indicare l’effettiva volontà di pace.