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Trump e Xi ridisegnano il mondo: l’ombra di Taiwan dietro i due panda

Dietro il disgelo tra Washington e Pechino potrebbe prendere forma un nuovo equilibrio mondiale, con Stati Uniti, Cina e Russia chiamati a delimitare le rispettive sfere d’influenza.

L’ipotesi di un nuovo G3

Il cerimonioso incontro fra Trump e Xi Jinping a Washington della scorsa settimana avrebbe prodotto, si è detto, solo due panda donati allo zoo di Atlanta. Naturalmente, c’è molto di più. Il cosa non è al momento dato saperlo, ma potrebbe trattarsi di questioni assai rilevanti.

Carlo Bastasin, docente al Brookings Institution di Washington, a In mezz’ora con Monica Maggioni ha ipotizzato con una certa convinzione che i prossimi due vertici, già calendarizzati nel corrente anno, condurranno a un trilaterale con Putin – forse già a Miami il prossimo dicembre, a margine del G20 – il cui obiettivo sarà, sostanzialmente, formalizzare il superamento del vecchio ordine mondiale multilaterale, per sostituirlo con uno nuovo imperniato su Stati Uniti, Cina e Russia.

Una sorta di G3 che poi – Bastasin questo però non lo ha detto – sarebbe in realtà un G2+1, posta la subordinazione ormai nei fatti di Mosca a Pechino. Un’occasione che l’enigmatico leader cinese e il glaciale zar post-sovietico non si lascerebbero sfuggire, ben consapevoli che sarà difficile in futuro poter contare su una presidenza americana

tanto accomodante nei loro confronti.

 

Taiwan al centro della partita

Se questa suggestione – oggi dobbiamo considerarla tale – si trasformasse in qualcosa di concreto, il futuro di Taiwan diverrebbe uno degli argomenti di massimo interesse geopolitico, più di quanto non sia già ora. Lo confermano le forti preoccupazioni dei partner americani nell’area, a cominciare dal Giappone.

Alcuni vedono in una sorta di scambio Cuba-Taiwan il possibile e immorale risultato che potrebbe alla fine suggellare un accordo fra le due potenze. Un’affermazione netta del dominio USA sul continente americano, già imposta a Pechino con gli accordi a Panama che hanno marginalizzato l’offensiva cinese sul Canale e già recapitata a Mosca con l’operazione Venezuela a inizio anno. E, in parallelo, il riconoscimento di una certa predominanza cinese nella propria area geografica marittima.

Altri, seguendo lo stesso filone di analisi senza però ipotizzare uno scambio esplicito, considerano possibile un’operazione Taiwan, prevista inizialmente per il 2027 ma ora proiettata verso il 2028, anno elettorale sia negli Stati Uniti sia nell’ex Formosa. E pure l’anno nel quale Xi Jinping dovrebbe ottenere dal Partito Comunista Cinese un quarto mandato al potere. Ne ha scritto su Foreign Affairs Jonathan Czin, anch’egli del Brookings Institution.

Vi sarebbero diverse ragioni al riguardo. Fra queste potrebbe pesare la volontà di Xi di legare la propria eredità politica a quello che Pechino considera un obiettivo storico: la riunificazione di Taiwan alla Madre Patria.

 

La carta del Kuomintang

V’è poi la speranza che lo storico partito nazionalista taiwanese, il Kuomintang, da anni all’opposizione e più possibilista circa il raggiungimento di un accordo di lunga durata con Pechino, possa finalmente tornare a vincere le elezioni. Un’ipotesi esplorata lo scorso aprile nel corso degli incontri che la presidente del partito, Cheng Li-wun, assai più disponibile al dialogo con la Cina continentale rispetto alla media dell’opinione pubblica taiwanese, ha avuto a Pechino, invitata dallo stesso Xi.

Ma ci sono pure ragioni di ordine interno a proiettare al 2028 il possibile momento della verità, soprattutto nel caso di una nuova vittoria elettorale del Democratic Progressive Party e del presidente taiwanese Lai Ching-te. Per quel tempo Xi Jinping avrà potuto rimpiazzare – anche sfruttando la nomina dei nuovi vertici del partito dopo il XXI Congresso – le molte alte cariche militari che ha epurato nell’ultimo anno in nome della lotta alla corruzione.

 

La lezione del 2022

Ci sono poi ragioni di ordine esterno. La principale riguarda proprio gli Stati Uniti. A tal proposito Czin osserva quanto sia stata importante la lezione appresa dai cinesi dopo la dura risposta di Pechino alla visita che l’allora speaker della Camera dei Rappresentanti, Nancy Pelosi, fece a Taipei nell’agosto del 2022: gli Stati Uniti non intervennero militarmente a fronte delle manovre potenzialmente assai aggressive poste in essere dalla Cina intorno all’isola. E c’era Biden alla Casa Bianca, non certo un presidente incline alle posizioni di Pechino.

E qui entra in gioco Trump, un presidente che pare voler intendere il suo motto Make America Great Again in termini assoluti sul continente americano, ma in termini relativi altrove, e soprattutto interessato a dialogare e trovare accordi con i regimi piuttosto che con le nazioni democratiche dell’Occidente, che Xi ritiene infatti in declino.

La guerra intrapresa dal tycoon contro l’Iran ha offerto ai cinesi l’occasione per raccogliere utili informazioni su alcune debolezze della potenza a stelle e strisce. Limiti politici e limiti militari: diminuita capacità di influenza sulle nazioni arabe alleate ma anche, addirittura, su Israele; stock di munizioni che richiederanno anni per essere ricostituiti; vulnerabilità delle basi d’oltremare e della stessa logistica navale. Problemi che l’Amministrazione Trump lascerà in eredità a quella successiva, qualunque essa sarà.

 

 Oltre i panda, Taiwan

Quindi, ecco la conclusione: USA meno pronti di ieri a difendere Taiwan. Nonostante la linea ufficiale di Washington non sia cambiata, le esternazioni trumpiane tese a compiacere Xi – sia nella prima visita a Pechino, sia nell’incontro di Washington – hanno generato ansia e preoccupazione a Taipei.

Qui, peraltro, ormai da anni ci si sta attrezzando per garantirsi un’autonoma capacità difensiva, attraverso la famosa Strategia del Porcospino e un’educazione della popolazione alla resilienza, capace di reggere l’urto di un possibile attacco e di un eventuale blocco navale dell’isola.

Oltre i due panda, ci avvisano gli analisti del Brookings, potrebbe esserci Taiwan, dunque.