Roma, 20 ott. (askanews) – “Gli infortuni e le morti sul lavoro rappresentano una delle emergenze più gravi del nostro Paese. In questo contesto, le giornate di studio che oggi prendono avvio offrono l’occasione per esaminare le criticità del sistema e approfondire le possibili strategie di intervento. Ogni tragedia lascia un segno profondo nelle famiglie e nelle comunità, per sempre private di una parte di sé”. Lo scrive il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, in un messaggio inviato alla Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulle condizioni di lavoro in Italia, Chiara Gribaudo. “Troppo spesso, il risparmio economico e la fretta operativa prevalgono sulla tutela delle persone, soprattutto nei settori più esposti, dove la frammentazione di appalti e subappalti può compromettere il rispetto delle norme e una chiara attribuzione delle responsabilità. Contrastare tali fenomeni richiede controlli rigorosi, formazione adeguata e una cultura della sicurezza diffusa lungo l’intera filiera produttiva, anche valorizzando le opportunità offerte dalle nuove tecnologie”. “Occorre inoltre tenere conto delle trasformazioni del mondo del lavoro. Digitalizzazione, intelligenza artificiale e nuove forme di impiego impongono di prestare attenzione ai rischi psicosociali legati a carichi eccessivi, orari prolungati e precarietà – avverte il capo dello Stato -. Secondo l’Organizzazione Internazionale del Lavoro, oltre 840.000 persone muoiono ogni anno nel mondo per problemi di salute associati a questi fattori. Un dato che ricorda come la tutela debba riguardare la persona nella sua interezza, salvaguardandone la salute fisica e mentale. La sicurezza non può essere considerata un costo da contenere né un adempimento formale, ma deve costituire il presupposto irrinunciabile di ogni scelta sul lavoro e sulla dignità delle persone”.
“A tutti i partecipanti rivolgo l’augurio di buon lavoro, certo che queste giornate contribuiranno a rendere più incisiva l’azione comune a tutela della vita e della salute di ogni lavoratore”, conclude.

