Home GiornaleMounier: l’eroismo della pace. Oltre bellicisti e pacifisti

Mounier: l’eroismo della pace. Oltre bellicisti e pacifisti

Per Emmanuel Mounier la pace non è resa né debolezza, ma responsabilità, fortezza e impegno. Una lezione del personalismo cristiano che conserva intatta la sua attualità.

Né bellicisti né pacifisti

All’interrogativo Pacifisti o bellicisti? Emmanuel Mounier, il padre del “personalismo comunitario”, rispose risolutamente — era il 1939 — «né bellicisti né pacifisti», e portò le sue ragioni nell’omonimo saggio pubblicato quell’anno sulla sua rivista Esprit, dove esprimeva l’esigenza di operare per la pace ispirandosi non all’arrendevolezza né alla violenza, bensì alla fortezza, che permette di evitare tanto l’aggressività dei cosiddetti guerrafondai, quanto la debolezza di sedicenti pacifisti.

Così la posizione mounieriana è alternativa sia alla guerra e alla violenza che veicola, sia a una pace frutto di inettitudine, seppure nascosta; per Mounier bisogna appellarsi alla virtù della fortezza, la quale si coniuga con la mitezza non meno che con l’arditezza: sono, queste, le qualità che gli operatori di autentica pace devono avere.

È in questo contesto che Mounier richiama la responsabilità dei cristiani, i quali sono chiamati a dare un loro specifico contributo alla ricerca e alla realizzazione della pace secondo questo spirito di impegno attivo, che è insieme reattivo e creativo. Da qui il successivo titolo dato al saggio: I cristiani e la pace, che in italiano è stato più volte proposto: prima dall’editrice Ecumenica di Bari, a cura di Ada Lamacchia, nel 1978, poi da Città Aperta di Troina nel 2008 e infine da Castelvecchi di Roma nel 2022, in entrambi i casi a mia cura.

 

La pace come costruzione

Ed è invito che vale anche per il nostro tempo, nel quale le due posizioni — bellicisti e pacifisti — si contrappongono in un’alternativa che non risolve i problemi, mentre l’alternativa indicata da Mounier potrebbe aprire a un’altra logica, nella quale la categoria della responsabilità porta a concepire la pace non in termini astratti e statici, bensì concreti e dinamici, cioè come una costruzione eroica, a cui tutti possono dare un apporto.

Così la pace si configura (direi) come “pacificazione”, analogamente ad altri principi moderni indicati dall’Illuminismo e radicati nel Vangelo, come libertà, eguaglianza e fratellanza che, per evitare l’ideologia o l’utopia, hanno bisogno di essere concepiti in termini processuali e di configurarsi rispettivamente come liberazione, eguagliamento e affratellamento.

In tal modo la concezione costruzionista della pace la configura non solo come assenza di conflitti, ma come capacità di risolverli in modo non violento, dunque altro che acquiescenza alla prepotenza, bensì capacità di assunzione di responsabilità delle scelte e delle loro conseguenze.

 

Forte ma non violenta, mite ma non debole

Di questa pace che è uno stile di vita — forte ma non violento, mite ma non debole — il saggio di Mounier è espressione emblematica, in quanto offre più di un motivo di riflessione per un valido approccio alla pace: valido in quanto sa andare oltre la sua riduzione a utopia da parte dei bellicisti e a ideologia da parte dei pacifisti, e in quanto sa assumere una posizione che, senza nulla concedere alla retorica e alla strumentalizzazione della pace, mostra l’efficacia di un impegno concreto e feriale per una convivenza civile autenticamente umana.

Per questo è importante ascoltare voci come quella di Mounier, il quale denunciava non solo la guerra effettiva, ma anche la pace apparente, la quale «può essere a certe condizioni un male spirituale equivalente al male della guerra». Pertanto «un giudizio cristiano può dover mettere su un piano di stretta equivalenza morale una guerra fondata sull’odio e la menzogna e una pace nutrita di egoismo, di viltà e di spergiuro».

Su questa base Mounier fissa in alcune tesi la sua concezione cristiana della pace. Primo: «la guerra è un flagello in qualsiasi epoca. La guerra moderna è insieme un cataclisma sproporzionato a qualunque possibile causa ed è una catastrofe spirituale totale».

Secondo: «per il cristiano la guerra non è la sola dimissione possibile»; ce ne sono altre due: quella di «acquistare la pace a prezzo di un accrescimento di bassezza, di un nuovo regresso dello spirito cristiano dinanzi alle forze anticristiane» («il cristiano non ha diritto di fare questa scelta»); e quella di «rifiutarsi a qualsiasi azione potendo correrne il rischio»: in quanto «significa rifiutarsi a qualsiasi resistenza, poiché tale rischio si trova ovunque, salvo che nell’avvilimento o nel suicidio deliberato. Si deve correre questo rischio, mentre si deve fare uno sforzo tanto più eroico per scongiurarlo. Dio deciderà il risultato».

 

La responsabilità della scelta

Parole forti, che possono essere condivise o meno, ma che aiutano a riflettere, evitando di banalizzare la questione con il dilemma “bellicisti o pacifisti?” e ricordando che il sistema della guerra per forza e il sistema della pace ad ogni costo sono in modo diverso contro la persona: uno perché insolente, l’altro perché avvilente.

Detto ciò, penso che queste parole possano aiutare a leggere la Costituzione italiana, che all’art. 11 sancisce, tra l’altro, il «ripudio della guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali», e all’art. 52 afferma che «la difesa della Patria è sacro dovere del cittadino».

Nel concreto delle situazioni questi principi chiamano in causa la responsabilità di ciascuno, ed è necessario prendere posizione. Mounier può aiutarci ad affrontare criticamente la questione.