Il bersaglio della sinistra Dc
Nella storia cinquantennale della Democrazia Cristiana molti leader politici e statisti di quel partito sono stati insultati, attaccati, umiliati, derisi e politicamente criminalizzati dai comunisti attraverso gli esponenti più autorevoli e significativi di quella formazione politica. Tra i più insultati e pubblicamente delegittimati non c’è alcun dubbio che spicca il leader della sinistra sociale interna alla Dc, Carlo Donat-Cattin.
Ancora di più dei molti leader dorotei, andreottiani o conservatori che erano, comunque sia, riconducibili in quel periodo alla destra del partito. A partire, per fare un solo esempio, da Oscar Luigi Scalfaro.
Un fatto apparentemente contraddittorio perché è strano, se non addirittura singolare e del tutto anacronistico, che il principale leader della sinistra sociale, legato organicamente al mondo sindacale della Cisl, difensore per eccellenza dei lavoratori e dei ceti popolari, fosse il più odiato dal Pci.
Non per un periodo limitato nel tempo. Perché, in effetti, è sempre stato il bersaglio principale di quasi tutta la nomenclatura comunista, salvo la piccola componente “migliorista”. Quella, per intenderci, che partecipava ai convegni settembrini di Saint-Vincent della corrente di Forze Nuove.
La contesa per il mondo del lavoro
Ora, c’è un unico elemento che spiega questo ostracismo, più ideologico che personale, del vecchio Pci nei confronti del leader più carismatico e più autorevole della sinistra sociale di ispirazione cristiana.
E la ragione di fondo è che, ieri come oggi, la sinistra italiana non tollera che ci siano altre forze politiche, altri partiti e altri movimenti che contendono la rappresentanza dei ceti popolari. Ceti che un tempo si chiamavano ancora operai. Quando, cioè, esistevano le grandi fabbriche, oltre alle piccole e medie aziende dell’indotto.
E, per tornare a Donat-Cattin, tutto si poteva tollerare tranne avere un “competitor” politico, culturale e sociale del partito alternativo e da battere, cioè la Dc, che rappresentasse con la sua corrente, il suo partito e, soprattutto, con la sua proposta politica quei mondi vitali.
Da qui la delegittimazione, a volte anche violenta almeno sul versante verbale, nei confronti del leader di Forze Nuove.
L’anima sociale e popolare della Dc
Questa, in sintesi, è la vera ragione politica che spiega l’attacco ripetuto e quasi ossessivo nei confronti di chi, all’interno della Dc, rappresentava l’anima sociale e popolare.
Un’anima che lo stesso Aldo Moro in più riprese e in più occasioni ha sempre sottolineato come necessaria ed indispensabile per «mantenere e garantire il profilo popolare e sociale della Democrazia Cristiana».
Ecco perché comprendere le ragioni, squisitamente politiche e culturali, della rigorosa e plateale ostilità della gloriosa storia comunista nei confronti di chi contendeva la rappresentanza politica di ceti e mondi che si pensava appartenessero quasi per diritto divino all’antico Pci, è un esercizio che può essere utile ancora oggi per capire le costanti che caratterizzano il dibattito politico contemporaneo.
Una lezione che riguarda anche il presente
Perché la tesi, politica ed ideologica, che determinati ceti sociali non possono votare o riconoscersi in altri partiti al di fuori del proprio – bollando, di conseguenza, queste scelte come traditrici o blasfeme o, per usare un linguaggio più corretto, incoerenti – è anche la ragione per cui, a volte, non ci si rende più conto che il proprio progetto politico non riesce più ad intercettare la richiesta e le esigenze di determinati segmenti sociali che uno pensa, sbagliando, di rappresentare per sempre e in modo quasi dogmatico.

