Home GiornalePaolo Cirino Pomicino, protagonista scomodo e irriducibile

Paolo Cirino Pomicino, protagonista scomodo e irriducibile

Non solo figura centrale della Prima Repubblica, ma interprete libero e spesso controcorrente, capace di attraversare stagioni diverse della politica italiana senza rinnegare identità, idee e responsabilità.

Un combattente che non si è mai arreso

Ho frequentato Paolo anche negli anni in cui la parola “democristiano” era diventata quasi un insulto. Lui la portava come una medaglia. Non per nostalgia cieca, non per difesa corporativa di un sistema che pure aveva avuto le sue pecche, ma perché era convinto — e me lo ripeteva con quella sua voce tagliente e napoletana — che cancellare la storia del cattolicesimo politico italiano significasse amputare una parte viva della Repubblica. La damnatio memoriae di un’intera generazione politica gli appariva non solo ingiusta, ma storicamente falsa. E su questo non ha mai ceduto di un millimetro.

Nei tribunali come in politica: a testa alta

Coinvolto in oltre quaranta procedimenti giudiziari,  Paolo ha affrontato quella stagione senza fuggire, senza espatriare, senza scrivere memoriali per salvarsi la pelle scaricando gli altri. Si presentava, rispondeva, combatteva. Sapeva distinguere — e ce lo insegnava — tra responsabilità politica e responsabilità penale, tra il clima di un’epoca e la colpa individuale. Chi lo ha conosciuto sa che non era l’uomo che i suoi detrattori hanno dipinto. Era qualcuno che credeva nelle istituzioni anche quando le istituzioni sembravano non credergli. Alla fine si è guadagnsto la stima di avversari vecchi e nuovi.

Una penna, uno sguardo, un metodo

Scriveva con il bisturi. I suoi articoli — pubblicati su testate come Il Giornale, Libero e Panorama con lo pseudonimo Geronimo  — avevano il ritmo di chi ha vissuto le cose dall’interno e non si accontenta delle versioni ufficiali. Tagliente, sì, ma mai volgare. Sapeva colpire un’idea senza aggredire la persona. Era una distinzione che teneva con cura, quasi con rispetto artigianale. E poi c’era quella sua curiosità per i giovani: li ascoltava davvero, si chiedeva come vedessero il futuro, non per compiacerli ma perché gli importava capire dove stesse andando il Paese. Non si è mai sottratto al confronto con il cambiamento. Nel 2022 aveva pubblicato Il grande inganno. Controstoria della Seconda Repubblica,  un atto d’accusa e insieme un testamento politico. Fino all’ultimo ha avuto lo sguardo puntato avanti. Ci mancherà la sua voce. Ci mancherà la sua insolenza civile, ovvero il suo amore per la causa della democrazia e del partito cardine di essa per tutto il secondo Nivecento: la Democrazia cristiana.