La notizia è passata sui media, ma neanche troppo strombazzata. Sui giornali di oggi quasi se ne è persa traccia. Ci sono tre scienziati a cui è stato assegnato il Nobel per la Medicina che hanno studiato gli interruttori dei neuroni. Si legge che sono esperti di optogenetica, una parola difficile che indica la possibilità di accendere e spegnere i neuroni nelle cavie. La faccenda, in seguito, potrebbe tornare utile per lo studio e la cura dell’epilessia, dell’autismo, dell’Alzheimer e di altre patologie neurologiche.
Sulla Treccani si legge che si tratta di «un insieme di tecniche che nel loro complesso consentono di rendere una qualsiasi cellula nervosa responsiva agli stimoli luminosi. L’idea di base è quella di attivare/inibire con la luce un neurone che normalmente non è in grado di rispondere a tale stimolo».
Optogenetica, una parola a cui abituarsi
Per come si comprende, si potrebbe insomma intervenire con la luce sull’attività di un neurone, opportunamente reso sensibile allo stimolo luminoso, per pungolarlo o calmarlo. Un modo per studiarne il funzionamento e, in prospettiva, cercare di correggerne le disfunzioni.
È di per sé un bellissimo traguardo, soprattutto perché ci dice intanto che c’è ancora un’indagine della scienza che continua a occuparsi del cervello umano, finalmente distraendosi dalle repliche tipiche dell’intelligenza artificiale: un lavoro ad intra e non ad extra.
Una bella vita tutta a disposizione
Potrebbero aprirsi scenari assai più avanzati rispetto alla cura di malattie che affliggono non poca umanità. Spingendosi sul terreno della fantasia, potrebbe esserci addirittura una felicità a portata di mano per ognuno al mondo. Non appena compare la tristezza o un momento di depressione, si potrebbe optare per una magica pillola o una cura per altra via che ti rimetta definitivamente in sesto, andando anche oltre la soglia di normale galleggiamento dell’umore. Molto, assai di più della pericolosa e più casereccia droga dell’euforia e dello sballo oggi sul mercato.
Al pari della semaglutide, ora di gran voga per perdere peso, si potrebbe immaginare un rimedio per gli stati psicologici di affanno capace di andare oltre il recupero di un normale equilibrio. Ciascuno potrebbe decidere di essere felice, o anche più felice, e di somministrarsi ciò che serve per la bisogna, magari senza effetti collaterali negativi. Un’ipotesi immaginaria, naturalmente, che va ben oltre i risultati oggi raggiunti dall’optogenetica.
Tra realtà e fantasia, un rischio da correre?
Indipendentemente dai fatti che lo circondano e che gli incombono, l’uomo potrebbe nutrirsi di piena contentezza, guardare alla vita con gioia, aprendo possibili dibattiti tra ciò che desidera per il proprio spirito e la realtà effettiva in cui è immerso.
Questo scollamento potrebbe però, paradossalmente, non leggersi in maniera del tutto critica e sconcertante. Una società di uomini felici, ad esempio, non avrebbe più ragione di muoversi guerra e le conseguenze potrebbero avere effetti positivi sull’economia mondiale, così da sviluppare livelli effettivi e non ingannevoli di benessere.
Se il potere di questo ipotetico farmaco fosse in mano a dittatori spietati, potrebbe, al contrario, far credere a un popolo sfruttato, che versa nella miseria più avvilente, di essere invece il più fortunato del mondo.
Sembra che l’uomo non si accontenti mai di ripristinare il suo “naturale” e che, da indomito viaggiatore di fantasie, possa desiderare sempre di spingersi verso nuove opportunità. Ci sarà poi chi rifiuterà il “vaccino per la felicità”, reclamando un suo diritto alla tristezza: in prima fila scrittori, poeti e gente d’arte.
Può darsi che la stessa intelligenza artificiale possa beneficiare del nuovo corso della scienza, avendo finalmente come interlocutori persone di animo gaio, non più prostrate dai problemi che le chiedono di risolvere.
Per il futuro prepariamoci tutti a un sorriso stampato in faccia: il ghigno, del resto, non ha mai giovato a nessuno.

