Home GiornaleQuando la forza non basta: crisi globale e solitudine del potere

Quando la forza non basta: crisi globale e solitudine del potere

Siamo dentro una fase di grande instabilità internazionale. La risposta militare e l’unilateralismo mostrano i loro limiti, mentre cresce la solitudine politica degli Stati Uniti e l’Europa fatica a proporre una via diplomatica autonoma.

La tentazione della forza

Siamo immersi in una crisi senza precedenti. Anche il ricorso agli strumenti della guerra, voluto dal Presidente degli Stati Uniti, mostra la radicale novità e la gravità della situazione. Anche questa volta si è pensato che la superiorità militare — le più grandi portaerei del mondo, la potenza navale, la tecnologia bellica — potesse bastare a risolvere una crisi politica e storica. Ma questa convinzione si è rivelata illusoria.

Non è con la sola forza che si governa un equilibrio internazionale così fragile.

La solitudine politica di Trump

Siamo dinanzi a una solitudine politica che riguarda lo stesso Trump. Una solitudine esterna, per l’isolamento diplomatico e la difficoltà di costruire alleanze stabili, ma anche interna, per una perdita di consenso che attraversa ampi settori della società americana.

Questa solitudine si è manifestata con particolare evidenza nelle scelte compiute in Medio Oriente, nel rapporto con Israele e nel sostegno a un’azione militare di enorme portata. Il punto di svolta drammatico è stato raggiunto con l’uccisione della guida suprema dell’Iran, l’ayatollah Ali Khamenei, in un’operazione condotta con il coinvolgimento degli Stati Uniti e di Israele. Un fatto di gravità eccezionale, che ha scosso l’intero equilibrio della regione e ha reso ancora più difficile qualsiasi prospettiva di composizione pacifica.

Questo evento si inserisce in un contesto già segnato da tensioni profonde, da escalation reciproche e da un clima di crescente radicalizzazione.

Una politica fondata sulla durezza

La questione principale è che, una volta rieletto, il presidente americano ha proseguito lungo una linea già emersa in campagna elettorale: una politica improntata alla durezza, alla chiusura verso gli stranieri, verso i più disperati, verso chi cerca semplicemente un luogo in cui vivere e sopravvivere.

Questo atteggiamento interno si è riflesso anche nei rapporti internazionali.

Anche nel confronto con il Venezuela di Nicolás Maduro, teoricamente più semplice, si sono registrate difficoltà concrete e tensioni che hanno dimostrato quanto sia complesso imporre dall’esterno soluzioni politiche durature.

Si è così affermata una logica fondata sulla competizione aggressiva, sulla ricerca dell’influenza e del dominio — nei mercati energetici, nelle rotte strategiche, negli equilibri regionali — giustificata in nome della sicurezza nazionale. Ma la legge del più forte non produce stabilità: produce reazioni, irrigidimenti, nuove ostilità.

Non a caso, anche moltissimi Stati arabi hanno manifestato riserve crescenti. Non accettano che uno di loro possa essere colpito e ridimensionato attraverso un’azione di guerra, lasciando ad altri la gestione delle conseguenze e delle ricchezze della regione. L’idea di una soluzione unilaterale appare sempre più impraticabile.

LEuropa tra cautela e debolezza

In Europa, Paesi come Francia e Germania hanno mantenuto un atteggiamento dialettico e critico nei confronti dell’azione americana. Hanno cercato di non rompere il rapporto, ma neppure di accettare integralmente una linea comunicativa aggressiva e una strategia fondata sull’unilateralismo.

Anche l’Italia si è trovata in difficoltà. Tradizionalmente incline a cercare il sostegno e l’appoggio degli Stati Uniti, non è riuscita a esprimere un ruolo autonomo e significativo.

Il Presidente del Consiglio e i ministri maggiormente coinvolti — in particolare quelli della Difesa e degli Esteri — hanno mostrato un atteggiamento modesto, se non negativo. Un atteggiamento timido, paventoso, incapace di incidere realmente nella dinamica europea e internazionale. Invece di contribuire a una funzione di mediazione e di equilibrio, si sono limitati a seguire, aggravando la percezione di irrilevanza politica dell’Italia nel contesto europeo.

La complessità della società iraniana

Nel frattempo, all’interno dell’Iran, si sono sviluppate proteste significative: studenti, giovani, donne hanno manifestato contro il regime, denunciando restrizioni, violenze e limitazioni delle libertà fondamentali. Anche questo elemento dimostra quanto sia complessa la realtà di quel Paese e quanto sia pericoloso semplificarla in uno schema puramente militare.

Rimane così l’impressione di un’Europa indebolita, incapace di proporre con forza una via alternativa e di affermare un’autonomia politica credibile.

La voce morale della Chiesa

In questo quadro complesso, resta una speranza nell’atteggiamento della Chiesa romana e nella voce di Papa Leone XIV, come soggetto morale e autorevole sulla scena internazionale. Una voce che richiama alla responsabilità, al dialogo, alla consapevolezza che nei tempi nuovi non è possibile agire con prepotenza e unilateralismo.

È necessario saper dialogare e contribuire a una soluzione condivisa. Senza questo, il rischio è di trovarci di fronte a conflitti più ampi, a divisioni più profonde e a difficoltà ancora maggiori.

  1. B. Questo articolo, per desiderio dell’autore, su “Globalist” e “Il Domani d’Italia”. Titolo e impaginazione sono diversi.