Evocare l’epica oggi è un chiaro atto di insubordinazione: è un gesto che sfida la velocità del presente e il consumo compulsivo dei fatti. E anche se niente e nessuno sembra più in grado di contrastare il quotidiano logorio degli eventi, l’uomo continua a cercare comunque vicende luminose ed eroiche in grado di elevargli lo spirito. Storie che non passino, volti che resistano all’inesorabile incedere dei giorni.
I nuovi campi di battaglia
Però adesso i campi di battaglia di un tempo si sono spostati altrove. Non più eserciti in marcia, non più eroi con elmi e corazze, ma corpi elastici in maglietta e scarpe da ginnastica, su superfici lisce illuminate da riflettori. È nei rettangoli di gioco, nelle piste da corsa, nel recinto di un ring che l’epica ricomincia a vibrare. Qui non si tratta più di conquistare regni o fondare civiltà: si tratta di provare a cogliere — o forse piuttosto a sfiorare —, davanti a un pubblico incantato, il confine stesso dell’umano. Ogni record, ogni match, ogni gara è una parabola che certo non cambia la storia del mondo, ma che racconta in forma simbolica lo sforzo eterno dell’uomo: provare a spostare un po’ più in là i propri limiti.
Il volto necessario dell’eroe
Non in tutti gli sport, però, l’epica riesce a fiorire con la stessa forza. Quelli di squadra, pur se molto seguiti, tendono a disperdere l’eroismo nella coralità. Perché lì una vittoria è sempre la somma dei gesti di tanti e si stempera nella trama collettiva. E anche la sconfitta è condivisa. L’epica, invece, esige un volto riconoscibile, singolare; un eroe con cui identificarsi, capace di sopportare da solo il peso del destino.
L’arena dell’uno contro uno
L’epica contemporanea trova quindi il suo spazio privilegiato negli sport individuali: nel tennis, nella boxe, nell’atletica. Qui l’arena è essenziale: due corpi, due volontà contrapposte, due intelligenze che si affrontano senza mediazioni, senza vie di fuga, senza eserciti a proteggere i compagni dagli assalti o a disperdere i nemici.
Un poema in diretta
Il pathos non si diluisce anzi, si concentra fino a farsi bomba. Si pensi agli incontri-scontri tra Jannik Sinner e Carlos Alcaraz, due giovani scolpiti nel mito. Quando entrano in campo con borsoni e racchette, non sono soltanto ragazzi che giocano a tennis ma dei duellanti epici: specchi e nemesi l’uno dell’altro, avversari destinati a confrontarsi e a definirsi a vicenda. Non ci sono lance né scudi, ma palline che fendono l’aria e corpi che scivolano veloci sul campo da gioco; c’è il respiro trattenuto di uno scambio infinito, la tensione che si carica come un verso omerico. E noi spettatori — dagli spalti o dal divano di casa — non guardiamo semplicemente un incontro sportivo: assistiamo a un poema in diretta, a un duello che ci restituisce il brivido dello scontro glorioso.
La fragilità dell’epica moderna
Certo, la nostra epica non ha più la solidità del mito antico. Non vive per secoli, non ha la forza di plasmare l’immaginario collettivo delle generazioni future. È fragile, effimera, racchiusa nel tempo breve di un tie-break o in un record del mondo che sarà presto superato.
L’eco che non si spegne
Ma proprio questa fragilità le dona una potente intensità, incarna la fiammata dell’attimo assoluto: quell’attimo sufficiente a farsi memorabile epifania. Nel silenzio irreale che precede una palla break, nell’urlo liberatorio che spezza l’aria dopo un colpo vincente, si avverte una vibrazione che ci riporta lontano. È la voce degli aedi che non si è mai spenta del tutto, è l’eco di Omero che risuona ancora, trasfigurata, nei campi illuminati delle metropoli globali. E questa voce risuona ancora perché l’uomo, per sentirsi vivo, ha bisogno di raccontarsi come eroe, anche solo per la durata di una partita.
L’applauso come ultimo canto
E allora, quando il respiro dell’arena si ferma e il tempo sembra non scorrere più e poi l’applauso esplode in un grido corale di gioia, non stiamo soltanto vivendo il momento culminante di un gioco: stiamo ascoltando per l’ennesima volta la voce di Omero che si traveste da applauso. E in quell’atto fragile e irripetibile, c’è tutta la clamorosa grandezza dell’epica che possiamo ancora permetterci.
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