Home GiornaleQuante “Margherite” ci sono in campo?

Quante “Margherite” ci sono in campo?

Sotto lo stesso nome vengono evocati progetti tra loro diversissimi. Ma l’esperienza politica della Margherita – quella nata all’inizio degli anni Duemila – appartiene ormai alla storia e non si ricrea a tavolino.

Unesperienza politica ormai storicizzata

Tutti sanno – o dovrebbero sapere – che la Margherita, quella che abbiamo conosciuto con figure come Francesco Rutelli, Franco Marini, Arturo Parisi e Dario Franceschini, è ormai archiviata e consegnata alla storia politica del Paese.

E la ragione è persino troppo semplice per essere spiegata. La Margherita fu il primo vero esperimento di partito culturalmente plurale, autenticamente riformista e democratico. Un progetto politico alternativo alla deriva dei partiti personali e, non da ultimo, caratterizzato da una forte cultura di governo.

In altre parole, rappresentava l’esatto opposto di ciò che oggi alcuni piccoli partiti personali – come quello di Matteo Renzi – pensano di incarnare.

Eppure, al di là delle polemiche quotidiane, diventa francamente stucchevole – e anche un po’ ridicolo – ascoltare personaggi che, a giorni alterni, vagheggiano la nascita di una nuova e aggiornata Margherita.

Il proliferare delle Margherite” immaginarie

A questo punto, francamente, si è perso il conto dei tentativi.

C’è chi identifica il proprio piccolo cartello elettorale, la propria sigla personale o una singola esperienza civica con la riproposizione – ovviamente solo virtuale – della Margherita. “Vasto programma”, verrebbe da dire.

Si parla della Margherita come se fosse una sigla da riesumare con disarmante facilità, quasi fosse un prodotto da inventare a tavolino per iniziativa di qualche capo di partito personale o di qualche movimento del tutto virtuale.

Da Renzi a Ruffini: la tentazione del marchio

L’elenco dei protagonisti di queste operazioni simboliche si allunga con una certa facilità.

C’è Matteo Renzi, che passa da Italia Viva alla Casa riformista fino alla suggestione di una nuova Margherita con una rapidità quasi supersonica.

C’è poi l’ex grillino Vincenzo Spadafora che, a giorni alterni, avverte la necessità – attraverso la propria sigla personale – di rilanciare una Margherita aggiornata.

In terza posizione troviamo Ernesto Maria Ruffini, noto ai più come “mister tasse”, per i suoi lunghi trascorsi ai vertici degli enti preposti alla riscossione dei tributi. Anche lui sembra sentirsi investito del compito di ricostruire la Margherita.

Non si può dimenticare, poi, l’assessore romano Alessandro Onorato, politicamente vicino all’ex comunista Goffredo Bettini – stratega della piccola “tenda” centrista all’ombra delle sinistre – che con la sua “rete civica” immagina anch’egli una sorta di Margherita 2.0.

E, dulcis in fundo, c’è Clemente Mastella, l’unico che possa davvero rivendicare un ruolo nella nascita della Margherita del 2002. Anche lui, tuttavia, evoca oggi quella stagione politica che, lo si ripete, appartiene ormai agli archivi.

Il rispetto dovuto a una stagione politica

Per queste ragioni, e con tutto il rispetto dovuto ai partiti personali, alle sigle autoreferenziali e ai movimenti virtuali, sarebbe forse opportuno evitare di citare a sproposito esperienze politiche che hanno avuto una reale consistenza storica.

La Margherita non fu una semplice etichetta elettorale. Fu un progetto politico, culturale e organizzativo che nacque da un preciso contesto storico e da una convergenza autentica di culture riformiste.

Scimmiottarne oggi il nome, per inseguire una candidatura o una visibilità elettorale, significa non coglierne il significato profondo.

Se non altro, per rispetto verso quella stagione politica che, nel bene e nel male, appartiene ormai alla storia.